giovedì 13 Dic 2018

Stagioni veloci

Alma Gamberini (Autore) in Pagine: 352 Collana: Premio LiberEtà

Prezzo:  12,00
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«Se non fosse per quei fori rotondi di picchio sui tronchi ormai centenari, il castagneto parrebbe rimasto immutato nel tempo». Questa immagine di dolorosa e intensa bellezza, quasi una meditazione a fior di labbra, apre le memorie di Alma Gamberini, memorie che corrono le “stagioni veloci” degli anni fra il 1936 e il 1956.

La vita, nella campagna bolognese, scorreva intorno ad Alma con i suoi ritmi scanditi dal lavoro dei campi, in una serie di immagini (le tradizioni, la cucina, i ritmi che sembrano ripetersi come un rituale senza tempo), di persone, di luoghi, di particolari che fanno di questo testo anche un’esemplare ricostruzione dei modi di vita della campagna dell’Italia centrale a metà del Novecento. In pagine di grande limpidezza di stile, con un linguaggio dal tono sommesso e nitido, e con una continua mescolanza fra lingua e dialetto, Alma rivive le feste di Stiolo e Trasasso, le sere di maggio in cui la famiglia si riuniva per il rosario, le indigestioni di frutti acerbi. Poi arriva la guerra e con essa la necessità di salvare il possibile. Ma il succedersi veloce del tempo porta con sé tanti cambiamenti: le sorelle si sposano, i genitori comprano loro un podere, la famiglia lentamente si riduce di numero: Alma è l’unica che è ancora in casa e ciò la rende, a volte, malinconica. La scuola è la nota dolente. Allora la madre, che non si arrendeva a che la figlia non avesse quella base culturale che ne potesse segnare il riscatto, la costringe in un collegio, dove, va da sé, la giovane vive cercando sempre di resistere a imposizioni e regole rigide.

Il ritorno, d’estate, in campagna, è segnato da antichi rituali e dalla fatica di sempre: «Nelle in-terminabili roventi mattinate di agosto, fra urla e rumore di ferraglia, mi annoiavo a condurre la carovana di vacche lungo il solco e controllavo l’altezza del sole per capire quanto tempo ci separasse dal momento in cui avremmo staccato e saremmo stati liberi di disporre di noi»; e lo sguardo spaziava, dall’infinito orizzonte, all’immediato gradone di confine dei campi dove razzolavano le galline: «Chisà quent gren ch’agl’i èn beché!».

Poi all’improvviso, quando cominciano a godere di un po’ di benessere, avviene la tragedia: quella ragazzina un po’ prepotente che vive in città le sue esperienze di studio e d’amore improvvisamente conosce il dolore, il dolore vero e definitivo: la morte della mamma: «Seguirono ore di stordimento, di dolore, di indolenzimento interiore dei quali non ho quasi ricordo». E la pagina finale si alza a uno strazio lancinante ma senza retorica; la scrittura si fa ferma, asciutta, disperata, a segnare una vicenda che è anche una metafora del destino di tanti altri esseri umani, il cui sacrificio rimane nascosto: “Lei non aveva ancora cinquantasette anni, non era mai andata al cinema, non aveva mai visto il mare e adesso, prima di aver raccolto il frutto del suo lavoro, prima di aver goduto un meritato riposo, era morta”.

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