Lombardia, diario da un ospedale #2. Paura

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In questi giorni difficili nelle nostre case entrano immagini e parole che narrano di ospedali in affanno, di uomini e donne che lavorano senza sosta per salvare quante più persone possibile, di reparti di rianimazione stremati. LiberEtà vuole raccontare da dentro il lavoro di chi ogni giorno, con dedizione e generosità, regala un pezzo della propria vita alla collettività. Lo facciamo pubblicando le pagine del diario di una ricercatrice che lavora in un ospedale lombardo. Resta anonima, certo per pudore ma soprattutto per tutelare la fatica dei tanti medici, ricercatori e infermieri che stanno vivendo un passaggio della loro vita davvero complicato. Un diario che raccoglie e rappresenta la voce di tutti e i sentimenti, le preoccupazioni, le stanchezze, le esperienze e le sensazioni di chi lotta contro il coronavirus.

Lombardia, 18 marzo 2020

Nella narrazione quotidiana, il personale sanitario combatte in prima linea contro il virus armato di tutto punto. A contatto con i malati e i contagiati, lavora protetto da tute, mascherine, occhiali a pressione negativa e guanti. È un’immagine rassicurante, professionale e asettica, ma corrisponde alla realtà soltanto parzialmente. Lo dicono i dati: il 12 per cento dei positivi fa parte del personale sanitario.

Chi va in ospedale ogni giorno, per quanto lo faccia con dedizione, è una persona che esce di casa lasciando i propri affetti. Dietro quelle mascherine ci sono lavoratori preoccupati di rimanere contagiati. Dai malati certamente, ma anche da tutte le altre persone incontrate durante il giorno. I pazienti infettano i sanitari, ma i sanitari si infettano tra loro, nei corridoi e nei laboratori. Medici che magari hanno preso il virus a casa o per strada diventano a loro volta vettori di contagio.

Soltanto il personale sanitario a contatto diretto con i malati ha a disposizione i dispositivi che vedete in tv. Per gli altri, quando va bene, ci sono le mascherine chirurgiche, ma non sempre e comunque non tutti le indossano. E allora andare al lavoro mette ogni giorno paura. Quella paura che non è un grido, ma uno spettro muto che siede accanto a te, ti guarda in silenzio e non se ne va. Un convitato di pietra. Dicono che la paura è utile, perché ci avverte del pericolo e ci fa fuggire da esso. Ma è una brutta compagna di strada quando sei costretto ad andare proprio dove quella paura ti dice di stare lontano.

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