Lombardia, diario da un ospedale #1. L’eccezione

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In questi giorni difficili nelle nostre case entrano immagini e parole che narrano di ospedali in affanno, di uomini e donne che lavorano senza sosta per salvare quante più persone possibile, di reparti di rianimazione stremati. LiberEtà vuole raccontare da dentro il lavoro di chi ogni giorno, con dedizione e generosità, regala un pezzo della propria vita alla collettività. Lo facciamo pubblicando le pagine del diario di una ricercatrice che lavora in un ospedale lombardo. Resta anonima, certo per pudore ma soprattutto per tutelare la fatica dei tanti medici, ricercatori e infermieri che stanno vivendo un passaggio della loro vita davvero complicato. Un diario che raccoglie e rappresenta la voce di tutti e i sentimenti, le preoccupazioni, le stanchezze, le esperienze e le sensazioni di chi lotta contro il coronavirus.

Lombardia, marzo 2020

Qui, oggi esiste una prima linea del fronte, dove si combatte e si muore. Un corpo a corpo quotidiano affrontato coraggiosamente da persone definite “angeli” o “eroi”. È la solita retorica bellica: poco più che pacche sulle spalle e mostrine che presto finiranno riposte nel cassetto.

Poi c’è il resto del fronte. Un mondo brulicante di professionisti: biologi, infermieri, ricercatori, medici, addetti alla logistica, amministrativi, non direttamente a contatto con i pazienti contagiati, ma tutti in postazione, ognuno al lavoro dentro l’Ospedale. Un lavoro scosso nelle ultime settimane dalle sue fondamenta. Scosse così violente da stravolgere la geografia stessa dell’Ospedale.

Le similitudini con la guerra usate nel linguaggio di giornali e TV sono simboliche, ma viste dall’interno dei reparti appaiono molto pratiche. La più evidente è l’esigenza di individuare in tempo reale le soluzioni, in termini di cambiamenti organizzativi di personale e spazi, senza alcuna pregressa pianificazione. Un po’ come negli ospedali da campo dei film di guerra. Una reattività necessaria che in queste prime settimane è stata esemplare, stupefacente. Quotidianamente sono emerse risorse umane, professionali, organizzative e una capacità di adattamento semplicemente impensabili. Ogni singolo giorno dall’inizio dell’epidemia è stato necessario allestire nuove aree per accogliere i pazienti, espandere le terapie intensive, incrementare i posti letto per accogliere in sicurezza i contagiati.

L’impatto dell’eccezionale sforzo organizzativo è forse il lato oscuro della pandemia da coronavirus. I cittadini tendono a pensare alle strutture sanitarie come se avessero una capacità infinita di accogliere malati per il semplice fatto che prima del COVID-19 erano dimensionate per accogliere tutti i malati in una condizione di normalità. Oggi, chiamate a rispondere a una situazione eccezionale, gli sforzi applicati appaiono all’altezza dell’eccezionalità. Non era scontato che sarebbe accaduto. Restare a casa ed evitare il contagio serve soprattutto a non dover scoprire dove sia la soglia massima di questa capacità eccezionale di adattamento delle strutture ospedaliere. Serve a evitare di scoprire dov’è quel punto di collasso dell’intero sistema.

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