Emergenza coronavirus. A cosa servono le tasse

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L’emergenza coronavirus ci sta mettendo di fronte ai limiti del sistema sanitario nazionale e alle poche risorse su cui possiamo fare affidamento complice, tra le altre cose, la forte evasione fiscale che caratterizza il nostro paese. Per questo può essere utile rileggere oggi un pezzo di Giorgio Nardinocchi pubblicato pochi giorni fa sul numero di LiberEtà di marzo che ci ricorda cosa dice la nostra Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». E ancora, «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
Ma è proprio così? La questione fiscale sta diventando l’arena di un’aspra contesa politica la cui posta in gioco è la tenuta del nostro Stato sociale e alla lunga della democrazia. L’emergenza coronavirus lo sta dimostrando chiaramente.

C’è un senso di angoscia che convive con noi, come un rumore di fondo: la paura di essere lasciati soli nel dolore, nella malattia, nella non autosufficienza. «Se tutto questo salta? Se salta il patto che permette a me e alle migliaia come me di ritirare le medicine che costano più di mille euro – e che non pago grazie al Sistema sanitario nazionale – che succede?». È questo il timore che inchioda oggi tanti italiani: trovarsi un giorno in un paese in mano a una destra populista che attua il suo programma di taglio drastico delle imposte a  svantaggio di sanità, istruzione e assistenza. Se n’è fatta interprete Francesca Mannocchi in una toccante testimonianza pubblicata sull’Espresso giusto nei giorni in cui Lega e 5 Stelle guerreggiavano per la formazione del governo all’indomani del voto del 4 marzo 2018 e non si faceva altro che parlare di flat tax.

La vera paura degli italiani.
Siamo partiti dall’angoscia di Francesca Mannocchi, che in quella circostanza rivelò a tutti la sua malattia, perché è proprio qui che precipita la questione fiscale. Le tasse servono a tenere in piedi lo stato sociale. È un principio di equità che tutti contribuiscano al finanziamento dei servizi pubblici in base al loro reddito. È scritto nella Costituzione. E chi non la rispetta tradisce il patto che consente – tanto per fare qualche esempio – di dare l’esenzione a chi non può curarsi, di fornire i libri di scuola ai figli delle famiglie meno abbienti, di dare un reddito di cittadinanza ai poveri.

L’indecenza fiscale. I primi a tradire il patto costituzionale sono gli evasori fiscali. Il presidente Sergio Mattarella di recente ha ricordato a un gruppo di studenti che l’evasione fiscale è un comportamento indecente, perché chi non paga le tasse utilizza a sbafo i servizi pubblici. Le dimensioni dell’evasione sono immense. Secondo la commissione del ministero dell’Economia presieduta dal professor Enrico Giovannini, gli evasori sottraggono alla comunità circa 107,5 miliardi di euro all’anno. Un bel gruzzolo, con il quale si potrebbe finanziare la sanità, l’istruzione, la ricerca scientifica, ridurre le tasse ai ceti meno agiati, assumere giovani nell’amministrazione pubblica per informatizzarla. Tante cose per il bene comune, insomma, invece di arricchire il portafoglio dei furbetti. Questa è l’indecenza della quale parla Mattarella. E non è l’unica.

I ladri di welfare. Jeff Bezos, patron di Amazon, è l’uomo più ricco del mondo. Ha fatto le sue fortune devastando il piccolo commercio, svuotando le città di negozi, congestionando il traffico con migliaia di furgoncini diesel e alterando le regole del diritto del lavoro. Ma una parte importante delle sue fortune derivano dalle poche tasse pagate. E non è il solo. Tutti i colossi del web, i cui proprietari fanno a gara per scalare la classifica degli uomini più facoltosi del mondo, eludono le leggi fiscali nazionali. Nel 2018, secondo uno studio di Mediobanca, i Paperoni del web hanno versato al fisco italiano appena 64 milioni di euro. Una cifra ridicola, se confrontata al fatturato realizzato in Italia da Google, Amazon, Microsoft, Facebook e Alibaba, che sfiora i due miliardi e mezzo.

Il meccanismo utilizzato dalle compagnie del web per eludere il fisco è semplice: si spostano le controllate italiane nei “paradisi fiscali” dove le tasse sono esigue. Domiciliando le loro società in Irlanda, in Lussemburgo, nel Delaware e alle Cayman, dal 2014 al 2018 hanno risparmiato oltre 74 miliardi di euro a livello globale. La protervia con la quale Donald Trump difende questa anomalia dovrebbe far riflettere pensionati e lavoratori che pagano più tasse di Amazon, Google e Facebook messi insieme, e magari votano Lega e Fratelli d’Italia che sulle tasse la pensano esattamente come l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America.

La riforma del 1973. L’imposta sui redditi delle persone fisiche nasce nell’ottobre 1973. È figlia della stagione delle riforme che seguì le lotte sindacali dell’autunno caldo. Quella voglia di cambiamento che partì dalle fabbriche e dalle scuole diede la spinta decisiva alle grandi riforme civili che hanno riguardato i diritti del lavoro, le pensioni, la sanità, la scuola, le case popolari, la famiglia, la parità di genere, il divorzio, l’aborto. E non da ultimo il fisco che fu ridisegnato attuando per la prima volta il principio costituzionale della progressività del sistema.

Chi porta il cero dell’Irpef. Sono passati quasi cinquant’anni e l’Irpef oggi non è più l’imposta di tutti come venne concepita allora. Negli anni è stata varata una miriade di leggi e leggine che hanno snaturato il criterio di equità. Di fatto, l’Irpef è diventata l’imposta sui lavoratori dipendenti, sui collaboratori e sui pensionati, come spiega l’attuale direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, nel libro L’evasione spiegata a un evasore (Ediesse). L’86 per cento del gettito Irpef – conferma del resto Salvatore Padula sul Sole 24 Ore – viene prelevato da questi cittadini. E ciò che sorprende è che si pensa poco a loro e tanto a chi è molto meno ligio nel pagare le imposte. E non si pensa per niente agli oltre 14,5 milioni di pensionati che sono stati sempre ignorati dalle iniziative per ridurre il peso fiscale. Cosicché, a furia di togliere e mettere aliquote, bonus, scaglioni, detrazioni e deduzioni, gli unici a rimanere con il cero dell’Irpef in mano sono stati i pensionati.

Che fare. I problemi sul tappeto sono molti. Sappiamo tutti che riformare l’Irpef, mettere il sale sulla coda delle multinazionali del web e stroncare l’evasione fiscale è un’impresa titanica. Ma è l’impresa che serve oggi al paese se vogliamo farlo ripartire. I segnali che vengono oggi dalla politica, dal governo e dai sindacati dicono che la questione fiscale è in agenda. Ma serve un grande dibattito pubblico nel paese. Le riforme calate dall’alto non funzionano mai.