L’intelligenza artificiale? Domina già le nostre vite

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Non basta più evocare scenari fantascientifici. L’intelligenza artificiale è tra noi e ha già un impatto enorme sulle nostre esistenze. Ne parliamo con la “madre” italiana dell’intelligenza artificiale Luigia Carlucci Aiello.

Quando sentiamo parlare di questa nuova frontiera della scienza spesso immaginiamo scenari fantascientifici di là da venire. In realtà, essa, nota con la sigla I.A., è già ampiamente diffusa nella nostra vita quotidiana: sistemi di riconoscimento facciale, piattaforme di streaming Tv, assistenti vocali, domotica sono soltanto alcuni degli esempi che si possono citare. Per capirne un po’ di più e fare un po’ di chiarezza, abbiamo incontrato la professoressa Luigia Carlucci Aiello. Laurea in matematica e diploma alla Scuola Normale di Pisa, negli anni Settanta decide di andare alla Stanford University, in California, attirata da questa disciplina che sta muovendo i primi passi. È qui che consolida conoscenze ed esperienza che una volta tornata in Italia ne faranno la pioniera di un campo che ha aperto il mondo a un futuro dagli esiti straordinari.

Come nasce la sua passione per la matematica e l’informatica?
«Fin da bambina la matematica mi è sempre piaciuta e ho avuto la fortuna
di trovare insegnanti in grado di appassionarmi. Credo che tutto derivi da un mio desiderio di esattezza: la logica e il ragionamento matematico mi davano sicurezza. Durante gli studi universitari, però, a un certo punto ho trovato troppa astrattezza nella matematica pura e così decisi di passare all’informatica. Erano gli anni Sessanta, e questa disciplina stava arrivando anche in Italia. La scuola pisana, dove era in funzione il primo calcolatore elettronico costruito in Italia, la Cep (calcolatrice elettronica pisana) e dove nel 1969 fu istituito il primo corso di laurea in scienze dell’informazione, è stata molto formativa».

Perché la scelta di andare negli Stati Uniti?
«La comunità scientifica italiana era molto aperta alla ricerca internazionale soprattutto a quello che accadeva negli Usa e in Gran Bretagna. Non è un caso
che tra i padri dell’intelligenza artificiale ci siano l’inglese Alan Turing e l’americano John McCarthy, che per primo introdusse la denominazione di intelligenza artificiale. All’epoca noi giovani ricercatori guardavamo con interesse in particolare al Mit di Boston, al Carnegie Mellon di Pittsburgh e all’università di Stanford in California. Io scelsi quest’ultima perché lo Stanford artificial intelligence laboratory (Sail), diretto appunto da McCarthy – e intorno al quale negli anni a venire si sviluppò la Silicon Valley – si dedicava anche alla dimostrazione automatica di teoremi. Ero convinta infatti che per definire intelligente un sistema questo per lo meno dovesse essere in grado di dimostrare teoremi matematici».

Cerchiamo di capire meglio di cosa stiamo parlando. Che cosa si intende per intelligenza artificiale?
«I padri fondatori dell’intelligenza artificiale avevano come obiettivo la costruzione di un sistema che permettesse a una persona di avere una conversazione e interagire con la macchina come avviene tra due esseri umani. L’intelligenza artificiale si occupa di come si produce il ragionamento, l’apprendimento, la decisione nelle macchine, affinché esse possano arrivare alla soluzione automatica dei problemi. Cioè, alla macchina viene fornita la conoscenza su un certo mondo e sulle azioni che in esso si possono compiere, quando poi alla macchina viene indicato un problema da risolvere, sulla base di questa conoscenza essa scrive da sola il programma e costruisce il piano d’azione per la soluzione del problema. Poi, si può anche dire alla macchina come migliorare con il tempo: oltre alle indicazioni iniziali le forniamo i dati per dare vita direttamente alle regole risolutive, mettendola così nelle condizioni di apprendere, secondo uno schema di funzionamento per cui il sistema osserva, ragiona, fa oppure suggerisce azioni. Vogliamo anche che la
macchina, studiando il comportamento dell’essere umano, si renda conto di
come deve interagire con lui innescando processi di autoapprendimento.

Ma tutto questo è già presente nella quotidianità di ognuno di noi?
«Sì, è ormai nel nostro vivere quotidiano. Per quanto riguarda la domotica o l’internet delle cose, ad esempio, vari dispositivi collegati tra loro ricevono determinati comandi, e dopo averli vagliati, valutati e confrontati con dati che provengono dall’osservazione dell’ambiente o con l’esperienza passata, elaborano la risposta e compiono l’azione che ho chiesto loro di fare. Un esempio pratico molto semplice è dato dai riscaldamenti: posso impostarli, accenderli e spegnerli tramite lo smartphone, e magari differenziare la temperatura tra i locali.
Ovviamente, non ho una vera e propria interazione intelligente con questo sistema, però ho un dispositivo che percepisce, ragiona, ubbidisce alle mie richieste e può anche suggerirmi azioni sulla base dei miei gusti o delle mie abitudini».

Complici forse la letteratura e il cinema di fantascienza, l’intelligenza artificiale
e la robotica in molte persone suscitano perplessità se non addirittura paura:
macchine che imparano ad apprendere, robot che governano il mondo e sopraffanno gli esseri umani. Ma è davvero giustificata questa paura?
«In teoria le macchine potrebbero “ribellarsi”, ma a che cosa? La macchina
non ha libero arbitrio. C’è sempre l’essere umano che può spegnerla, anche se a
volte può risultare molto difficile farlo. Negli ultimi anni si è iniziato ad affrontare
il problema dell’etica dell’intelligenza artificiale. Ma non condivido l’idea che una macchina abbia una sua etica: l’etica è una questione umana, molto complessa
in cui intervengono diverse componenti (culturali, filosofiche, storiche, religiose).
È anche vero che bisogna progettare e costruire il sistema di intelligenza
artificiale in modo tale che a un certo punto sia possibile fermarlo. Per questo,
se prima l’obiettivo era realizzare un sistema autonomo, ora l’orientamento
è di dare vita un sistema basato sulla cooperazione tra macchina ed essere
umano, al quale spetta comunque sempre l’ultima parola. È quella che definiamo
intelligenza artificiale centrata sull’essere umano: un sistema cooperativo, ma
sotto il controllo di un’intelligenza umana, naturale».

(Per la versione integrale di questo articolo, consultare il numero di gennaio di LiberEtà. Per abbonarsi alla nostra rivista clicca qui )