Liguria, ospedali e rsa: tutti gli errori da non ripetere

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“La Regione Liguria si è mossa solo a metà marzo ma la pandemia era già esplosa e si era già consumata la tragedia. Negli ospedali nessuna procedura Covid era stata adottata fino a quel momento. E i pazienti delle rsa bisognosi di cure andavano e venivano dalle strutture ospedaliere come nulla fosse”. A raccontarci come sono andate le cose nella regione più anziana d’Italia è Carla Mastrantonio, segretaria dello Spi Cgil della Liguria che segue, tra le altre cose, le politiche socio-sanitarie.

La Liguria ha pagato un prezzo altissimo alla pandemia. Seconda regione per letalità, il gran numero delle vittime c’è stato soprattutto nelle rsa e tra gli anziani, che qui rappresentano una percentuale elevata della popolazione. Non ci sono ancora i dati definitivi, ma tutto fa pensare che il bilancio finale sarà drammatico. I contagi ancora non si sono arrestati del tutto.

“Nonostante già a fine gennaio fosse partita la circolare del Ministero che metteva sull’attenti tutti, Regioni e Asl, sulle misure di prevenzione da adottare, la regione Liguria si è mossa solo a metà marzo. E tutti gli sforzi sono stati dirottati per affrontare l’emergenza sanitaria degli ospedali. Tutto il resto è stato dimenticato”. Secondo Mastrantonio la gestione è stata assolutamente caotica e confusionaria. “Si è contagiato tutto, subito e rapidamente. E se i pazienti delle rsa dall’ospedale, dove erano stati magari ricoverati per criticità e urgenze, poi tornavano nelle residenze assistite senza tamponi né percorsi di isolamento, è evidente che i contagi non potevano che aumentare”. La sola misura adottata sin da subito è stato chiudere le rsa ai nuovi ricoveri e ai parenti.
Ma per il resto, una strage, silente soprattutto all’inizio. “Alla fine di marzo finalmente è stato nominato un commissario, ma ormai il danno era stato fatto”.

Il sindacato dei pensionati della Cgil ha denunciato subito la situazione e chiesto alla Regione di intervenire. Ma in Liguria la situazione si è aggravata non solo per la gestione caotica ma anche perché la sanità pubblica è stata indebolita in maniera significativa già da molto tempo. “Il presidente della Regione Toti aveva già messo in atto un processo di privatizzazione, seguendo il modello lombardo”, spiega Mastrantonio. “Pezzo dopo pezzo la sanità pubblica è stata smontata: strutture inadeguate, a volte abbandonate, interi reparti ospedalieri chiusi, personale scarso, una situazione drammatica”. Ecco, la vera emergenza è stata questa: la sanità pubblica non ha retto perché già prima del Covid-19 il sistema era in fase di smantellamento. “Il pubblico è stato completamente depauperato”.

E anche le case di riposo in Liguria sono quasi tutte private (almeno il 90 per cento). Alcuni gestori delle strutture hanno fatto scelte ragionevoli, altri no, con o senza dolo. Ma quel che è certo, secondo lo Spi Cgil, è che le direttive della Regione sono state diramate fuori tempo massimo. “Toti dice che il problema è stato quello dei dispositivi di protezione, arrivati in ritardo. Ma quel che è mancato è stata una linea strategica, indicazioni precise che i responsabili delle rsa potessero seguire precisamente”, prosegue Mastrantonio. Invece ognuno ha fatto quel che ha potuto, autonomamente, ma in molti casi sono stati omessi i dati sui contagi, con tutte le conseguenze del caso.

Il lavoro da fare per ripartire in sicurezza è tanto, tantissimo. “Innanzitutto servirebbero più tamponi”, dice Mastrantonio, come ha sottolineato anche il segretario generale dello Spi Cgil Ivan Pedretti che proprio ieri è intervenuto su questo punto. “Ma soprattutto bisogna investire nella medicina del territorio. Ci avevano annunciato che sarebbero partite le Usca, ma invece nulla”. Le Usca sono una sorta di task force che lavora al fianco dei malati di Covid-19 con sintomi lievi, che possono essere curati a casa prima del ricovero, e che dovrebbe monitorare lo stato di salute città per città.

Lo Spi Cgil ha elaborato un documento, anche con la Cgil tutta, che condividerà in questi giorni con Cisl e Uil, proprio per fare proposte concrete e chiedere alla Regione risposte precise su questioni cruciali. “Con il virus dovremo conviverci, per questo bisogna rivedere il modello di sanità pubblica. La medicina del territorio è il primo terreno su cui bisogna agire e anche rapidamente”, dice Mastrantonio. E poi bisogna cambiare assolutamente il modello delle residenze sanitarie assistite. Qui infatti, ci spiegano dallo Spi Liguria, non si trovano persone in buona salute ma persone quasi totalmente non autosufficienti che vengono ricoverate nelle rsa quando ormai le famiglie non sono più in grado di occuparsene. Per questo nelle rsa andrebbe rafforzata l’assistenza sanitaria, quella infermieristica, quella fisioterapica. “Bisogna garantire una presenza più costante di geriatri che siano in grado di prendersi realmente cura degli anziani. Le rsa vanno rafforzate dal punto di vista sanitario, altrimenti la situazione peggiorerà sempre di più”.

Ma c’è anche un altro problema, quello della protezione del personale che va innanzitutto formato. Formato a proteggersi sul luogo di lavoro, con i dpi, e formato a proteggere gli ospiti. “Questo processo va portato avanti anche ora nella fase 2 e va ripensato e strutturato in modo organico. Il personale va formato ad affrontare le emergenze”. Qui come altrove. E lo stesso discorso vale per le badanti. Anche loro secondo lo Spi Cgil vanno formate, come delle vere assistenti familiari, per tutelare le famiglie, gli assistiti, e loro stesse. “Dobbiamo dare sicurezza a loro, ai famigliari, agli anziani”, commenta Mastrantonio.

Intanto si prova a ripartire. Il sindacato dei pensionati della Cgil lo fa non solo con le sue proposte per la fase 2, insieme agli altri sindacati, cercando un dialogo costruttivo con la Regione. Ma anche riaprendo gradualmente le proprie sedi, in sicurezza. Per continuare a essere un punto di riferimento per tutti. “Durante l’emergenza l’ha fatto a distanza, mobilitandosi in tutti i modi per affiancare le associazioni di volontariato, Auser in primis, che si occupavano di consegna di spese e medicinali a domicilio. Lo Spi ha offerto il proprio supporto, ha chiamato i propri iscritti, ha smistato le chiamate di chi cercava aiuto o consigli”, racconta il segretario generale dello Spi Cgil Liguria Bruno Sciaccaluga. E ora continua a farlo anche affiancando il lavoro di Inca e Caf, per affrontare al meglio anche la fase di dichiarazione dei redditi a cui ci si avvicina, anche se le scadenze sono slittate.

“I nostri iscritti hanno bisogno di consulenza fiscale, di informazioni e noi allora ci stiamo coordinando con il Patronato Inca e con i Caf per essere il centro di prima accoglienza, cioè per continuare a fare ciò che abbiamo sempre fatto quando le nostre sedi territoriali erano aperte”, prosegue Sciaccaluga. Le leghe Spi ora sono chiuse, la riapertura avverrà solo quando sarà possibile e in sicurezza. Ma l’importante è esserci anche se a distanza. “Il nostro lavoro non si è mai arrestato. Il nostro è un bilancio positivo, perché siamo riusciti a restare accanto ai nostri iscritti anche all’inizio dell’emergenza. Ora continueremo a farlo, facendo anche affidamento ai volontari e agli attivisti dello Spi più giovani, under 65, che si sono resi disponibili per riaprire gradualmente le sedi”.