Le ricette (e le storie) dei migranti, nel libro edito da LiberEtà edizioni

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Undici storie di migrazione nelle quali i ricordi e la nostalgia del paese di origine si materializzano in una ricetta, nei sapori e negli odori di un piatto di portata. “Il mondo è servito, persone e ricette che migrano” è il titolo del volume stampato dalla casa editrice, presentato oggi a Roma nel corso di una tavola rotonda organizzata dallo Spi Cgil.

Undici storie di migrazione nelle quali i ricordi e la nostalgia del paese di origine si materializzano in una ricetta, nei sapori e negli odori di un piatto di portata. Le radici alimentari, appunto. La tradizione e le usanze, la cultura e gli affetti: tutti attraversati dalla preparazione del cibo. Il mondo è servito, persone e ricette che migrano è il titolo del libro edito da LiberEtà, presentato a Roma nel corso di una tavola rotonda organizzata dallo Spi Cgil.

Un libro che invita a infrangere gli stereotipi sui migranti e a scoprire luoghi lontani anche attraverso il palato. Ma anche un libro politico nel quali si legge in filigrana una storia antica: un’umanità che fugge da guerre e carestie ed è alla ricerca di condizioni migliori di vita. Donne e uomini che anche attraverso la condivisione del cibo aspirano a una genuina integrazione.  «Il libro si è scritto da solo – spiega l’autrice Frida Nacinovich –, ho dato voce alle vicende della vita di persone meravigliose. Perché ho scelto il cibo? Le ricette della propria terra sono tesori che ci portiamo nel cuore. Nei viaggi della speranza, lungo i binari ferroviari o in mezzo al mare le ricette arrivano a noi grazie a chi ce ne fa dono». 

Così undici piatti tradizionali fuoriescono dall’ambito gastronomico e diventano un atto identitario. Il cibo quotidiano e il cibo dei giorni di festa, a migliaia di chilometri, si trasformano in simbolo di convivialità, in uno scambio di saperi, oltre che di sapori. «A volte leggiamo un libro o guardiamo un film per conoscere un paese – riflette Fidelis Ekundayo, una delle voci narranti del libro, regista nigeriano e fondatore dell’African diaspora cinema –, invece le pietanze hanno la capacità di aprire naturalmente le porte alla comprensione». Ne sa qualcosa Pasquale Compagnone che a Roma ha fondato con quindici cuochi provenienti dai centri di accoglienza, Gustamondo, un ristorante multietnico. «Il nostro progetto è centrato sulla qualità della ristorazione – spiega Compagnone –, non scissa però da un enorme lavoro sull’autostima e il riscatto». 

In un mondo in cui la malnutrizione provoca la morte di tre milioni di bambini l’anno, denuncia Mina Cilloni, della segreteria dello Spi Cgil, dobbiamo interrogarci su come produrre e condividere le risorse alimentari del pianeta. Elsa Morante, prosegue Cilloni, scriveva che la più bella frase d’amore è: «Hai mangiato?», perché esprime un sentimento di cura e protezione. «La guerra in Ucraina – continua Cilloni – sta determinando carenza di grano in tanti paesi africani. Se la carestia causerà nuove migrazioni, l’Occidente dovrà fare delle scelte su come accogliere le persone in fuga dalla fame». Con questa guerra, ribadisce in conclusione della presentazione del libro edito da LiberEtà, Ivan Pedretti, segretario generale dello Spi Cgil, si stanno aprendo ulteriori e laceranti diversificazioni cui dovremmo reagire potenziando la capacità di integrazione. «L’Italia è in grado di fare questo, perché è circondata da un mare, il Mediterraneo, da sempre luogo di “incontro” tra culture diverse e  l’accoglienza messa in campo verso il popolo ucraino dovrebbe diventare un modello valido per tutti i migranti».