di Paolo Pigozzi medico nutrizionista e fitoterapeuta
Uno studio della Oxford University pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet dimostra che l’adozione di una dieta basata sui vegetali riduce i costi della spesa. La vulgata corrente dice il contrario: la verdura e la frutta costano, le mandorle sono care, i legumi sono alle stelle eccetera.
Eppure, facendo bene i conti e confrontando i costi di una dieta onnivora standard con quelli di una dieta vegana (cioè 100 per cento vegetale), gli studiosi inglesi dimostrano che mangiare vegano costa il 34 per cento in meno. Almeno nei paesi ricchi, nei quali si consumano quantità esagerate di carne, pesce, latticini e uova.
Alimenti costosi di per sé, ma soprattutto se consideriamo anche i costi nascosti che paghiamo comunque in altro modo, costituiti dai danni all’economia e all’ambiente prodotti dal sistema industriale di produzione degli alimenti di origine animale. L’Unione europea sussidia regolarmente gli allevamenti intensivi (con i soldi anche nostri, ovviamente) mentre, secondo un rapporto di Greenpeace, la zootecnia europea emette nell’atmosfera l’equivalente di cinquecento milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno.
Includendo le emissioni indirette di gas a effetto serra che derivano dalla produzione di mangimi, dalla deforestazione e da altri cambiamenti nell’uso del suolo, le emissioni annuali totali attribuibili alla zootecnia in Europa equivalgono a settecento milioni di tonnellate di anidride carbonica, più delle emissioni annuali di tutte le auto e dei furgoni circolanti nei vari paesi dell’Unione nel 2018. Ci resta solo l’insalata? Non scherziamo. A parte che non solo la rinuncia totale, ma anche una riduzione moderata di alimenti di origine animale è vantaggiosa per la salute nostra e dell’ambiente, occorre ricordare che la dieta vegana comprende sì verdure e frutta, ma anche cereali, legumi e semi oleosi. Che consentono di preparare piatti sani, equilibrati e rispettosi del nostro benessere. E anche di quello del portafoglio, almeno a sentire gli inglesi.
L’articolo è stato pubblicato nel numero di dicembre di LiberEtà. Per abbonarvi cliccate qui










