Lombardia, diario da un ospedale #6. La routine

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In questi giorni difficili nelle nostre case entrano immagini e parole che narrano di ospedali in affanno, di uomini e donne che lavorano senza sosta per salvare quante più persone possibile, di reparti di rianimazione stremati. LiberEtà vuole raccontare da dentro il lavoro di chi ogni giorno, con dedizione e generosità, regala un pezzo della propria vita alla collettività. Lo facciamo pubblicando le pagine del diario di una ricercatrice che lavora in un ospedale lombardo. Resta anonima, certo per pudore ma soprattutto per tutelare la fatica dei tanti medici, ricercatori e infermieri che stanno vivendo un passaggio della loro vita davvero complicato. Un diario che raccoglie e rappresenta la voce di tutti e i sentimenti, le preoccupazioni, le stanchezze, le esperienze e le sensazioni di chi lotta contro il coronavirus.

Lombardia, 2 aprile 2020

Il virus ha imposto d’imperio la sua legge. Così, dalla sera alla mattina, senza che neppure ce ne rendessimo conto. Regole, ritmi, comportamenti sono stati stravolti. La quotidianità è stata spazzata via e sostituita in modo così repentino da non lasciare il tempo di accorgerci di che cosa stava accadendo. Per qualcuno è cambiato poco, per altri è stata una rivoluzione violenta. Per pochi è stata un’inattesa opportunità di riordinare e ripensare le relazioni, i comportamenti, il rapporto con il tempo. Un modo per fare ordine e magari migliorarsi. Per tanti altri è soltanto un’inattesa pena ai domiciliari in situazioni domestiche che sarebbe stato meglio non avessero previsto una convivenza così lunga.

Questo virus se non fosse un silenzioso e odioso assassino, sarebbe da guardare da un altro punto di vista: quello della sua dirompente forza nel togliere il velo alle ipocrisie, alle cose lasciate in sospeso e a metà, a quelle prima malfatte e poi messe sotto il tappeto. A partire dalla vita personale, fino al tessuto sociale e alla dimensione politica locale e centrale. Questo virus è un pettine inatteso dove finiscono tutti i nodi. Ma non è mai colpa del pettine se stiamo trovando nelle nostre vite così tanti nodi. Vite fatte principalmente di quotidianità che cambiano con tempi e modi diversi, in base all’impatto che hanno le regole imposte d’arbitrio dal virus.

La vita di chi oggi lavora, e al lavoro deve andare, mi rendo conto sia quella che avverte meno l’impatto dei nuovi ritmi. Dal lunedì al venerdì sono in Ospedale e nel weekend a casa. Non cambia il “cosa” ma cambia il “come”. Al lavoro si va con tanta paura di rimanere contagiati, di portarsi a casa una malattia dall’andamento totalmente imprevedibile. Perché una cosa appare chiara: non c’è una correlazione tra l’età, lo stato di salute e il suo decorso, quindi la cosa migliore ovviamente è non prenderselo. Il weekend serve per scaricare le tensioni, anche solo per non passare la giornata con la mascherina che lascia solchi profondi e dolorosi. Quindi, si sta volentieri in casa. È la tana dove ripararsi.

Mio marito invece lavora in casa da quattro settimane, vive un cambiamento più profondo della propria routine. È una prospettiva che non mi è chiara fino a quando mio marito chiede in quale via si trovi il supermercato con poca coda all’ingresso. Rispondo: “Dopo, quando usciamo, passiamo e te lo faccio vedere”. Ecco, insieme al suo successivo silenzio e alla sua faccia stupita, mi colpisce la sensazione della quotidianità stravolta. In questo momento il grado di consapevolezza è differente in proporzione all’impatto sulla routine di ognuno. Ma un cosa è certa: quando cambia contemporaneamente la vita di tutti i giorni di ogni singola persona, dobbiamo aspettarci cambiamenti irreversibili perché nessuno da questa storia potrà uscirne immutato. E se è certo che tante cose non saranno più come prima, toccherà a ognuno di noi avere il coraggio di accogliere e gestire i cambiamenti. Nella speranza di trovare quel coraggio e quella leggerezza d’animo per trarne i massimi benefici.

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