Anziani a tavola, il piatto piange

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Secondo una serie di ricerche, una volta raggiunta la pensione, molte persone fanno meno attenzione all’alimentazione andando incontro a rischi di malnutrizione.

Abitudini alimentari. Che cosa sappiamo dell’impatto della pensione sulla nostra alimentazione? I piatti piangono per la perdita di potere d’acquisto oppure prendiamo più tempo per mangiare meglio? Anni Helldán, una ricercatrice finlandese, ha condotto uno studio comparato sulle abitudini alimentari dei suoi connazionali prima e dopo la pensione. Più di duemila partecipanti, di età compresa tra 55 e 60 anni, hanno compilato un questionario. Cinque anni dopo, le stesse persone, metà delle quali erano andate in pensione, hanno risposto alle stesse domande, e i risultati sono stati che con il passare del tempo, le donne hanno conservato sane abitudini alimentari (tanta frutta e verdura, tanti legumi, pesce, pane integrale), mentre pochi sono stati i cambiamenti per gli uomini, in pensione o no.

Uno studio simile condotto in Francia da Olivier Allais, ha svelato che Oltralpe una volta andate in pensione, le persone riducono gli acquisti alimentari, sia in termini di spesa sia di quantità (con un calo compreso tra il 10 e il 14 per cento). Risultati confermati anche da studi in Spagna, Regno Unito, Australia e Cina.

E in Italia? Secondo l’agenzia di stampa Ansa, la malnutrizione riguarda il 3-4 per cento degli anziani che vivono nella propria abitazione, ma arriva al 70 per cento di quelli ospitati in strutture di lungodegenza e Rsa. Così, da una revisione di 240 studi scientifici che hanno seguito 114 mila anziani è emerso che in Italia la malnutrizione varia molto a seconda del contesto, ma rimane molto elevata in quello ospedaliero. Insomma, il passaggio alla pensione non è solo una tappa decisiva nella vita sociale delle persone, ma ha anche ripercussioni non sempre positive su ciò che mettiamo nel piatto.