Teresa Vergalli: Ecco perché nel ’44 scelsi la libertà

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Anuska era il suo nome di battaglia, quando a sedici anni divenne staffetta partigiana a sud della via Emilia. Con LiberEtà ricorda quei mesi, la sua attività clandestina, gli ideali e le speranze che animavano tanti giovani. E riflette sul ritorno della guerra in Europa: «Noi abbiamo lottato per la pace. Credevamo di aver cancellato la guerra». Ai giovani di oggi dice: «Nessuna conquista è mai definitiva»

Nel febbraio 1944, Teresa ha sedici anni. Convinta che non può restare a guardare quello che accade e che bisogna liberare al più presto l’Italia dai nazifascisti, decide di unirsi ai gruppi partigiani che operano sulle montagne del Reggiano. E sceglie di chiamarsi Anuska. Una scelta di vita che tante ragazze e tanti ragazzi fecero in quegli anni.

Teresa, in cosa consisteva il suo impegno come staffetta partigiana?

«Accompagnavo i capi della Resistenza che dovevano spostarsi per incontri o riparare in luoghi più sicuri. Erano tutti capi importanti con incarichi politici o militari, quasi tutti dell’età di mio padre. Sembra facile dire che accompagnavo: potremmo dire che di fatto ero la loro guardia del corpo, senza armi e senza radio, sceglievo i percorsi, facevo attenzione ai segnali  di pericolo o di fuga. Poi c’era da accompagnare coloro che volevano arruolarsi nelle brigate partigiane. Li prendevo in consegna – quasi sempre uno alla volta – in una zona isolata e li accompagnavo in montagna attraverso i boschi, poco oltre Canossa, dove c’erano i ruderi del famoso castello. Qui, in un punto preciso, incontravo una staffetta o un gruppo di partigiani che prendevano in consegna il nuovo arrivato. La mia presenza era di garanzia, perché da quel momento gli restava solo il fantasioso nome di battaglia. Anch’io ero soltanto Anuska».

 

Si è mai trovata in un combattimento?

«No, mai combattimenti. Non ho mai avuto armi, salvo una piccola pistola, che mi era stata regalata, con pochi colpi che non so nemmeno se potesse sparare, e che consegnai agli alleati come richiesto al momento della smobilitazione».

Qual è stato il suo rapporto con le altre donne che operavano nei gruppi partigiani?

«In pianura non portavo soltanto ordini, notizie o allarmi, ma quasi subito ho avuto anche l’incarico di organizzare le donne nei gruppi di difesa, organizzazione nuova e tutta femminile. Dovevo prevedere incontri in una zona grande e piena di pericoli, controlli e posti di blocco, per i quali dovevo anche studiare e prepararmi leggendo circolari, opuscoli e libri. Inoltre bisognava raccogliere aiuti concreti: vestiario, viveri, medicine, cosa della quale si occupavano quasi sempre le donne».

Come si rapportavano invece con lei i capi partigiani, tutti uomini, ai quali portava gli ordini e i comunicati?

«Allora avevo sedici anni e di aspetto ero una ragazzina insignificante, con due strane treccine. Eppure tutte queste persone si fidavano completamente di me. Forse una fece eccezione, ma con il tempo anche questa si è ricreduta. I capi, i ragazzi partigiani, la popolazione della zona mi trattavano con curiosità, ma sempre con rispetto».

La sua, come quella di tanti altri ragazzi e ragazze, fu una scelta netta. Quali valori vi spinsero a farla, che Italia pensavate di costruire dopo la fine del fascismo, cosa voleva dire democrazia? «Quando raggiunsi in montagna le brigate partigiane, andare a parlare di ideali, di diritti e di quello che volevamo realizzare dopo la vittoria è stato un altro dei miei impegni. Avevamo tante speranze, tanta fiducia nel futuro e per queste cose, complesse e difficili da realizzare, combattevamo. Ma il percorso era ancora sconosciuto. Non era semplice, ad esempio, pensare alla democrazia dopo tanti anni di dittatura e di mancanza di libertà. Io ero studentessa e il comando mi faceva fare le riunioni con gli altri partigiani per spiegare e discutere sul significato di democrazia, sul valore del voto libero, su cosa volesse dire per le donne avere gli stessi diritti degli uomini. Ma le conquiste politiche e sociali, quelle che riguardano i diritti, sono sempre complesse, in salita, ostacolate da pregiudizi, abitudini consolidate. Basti pensare, ad esempio, che alcune leggi come quelle sul delitto d’onore e sul diritto di famiglia sono state definite soltanto negli anni Settanta».

Poi la lotta ebbe termina e arrivò il 25 aprile. Cosa significò per lei quella giornata?

«La risposta è apparentemente facile: il giorno della Liberazione dal nazismo e dal fascismo. Ma oggi, alla luce della mia lunga vita, mi viene da definire questa data come il giorno della luce, del nuovo cammino, del nuovo inizio. L’inizio di una vita nuova, opposta a quella vecchia, che era fascista di nome e di fatto in mano a un uomo solo».

Oggi, a distanza di quasi ottant’anni, che importanza ha la memoria di quei giorni, anche e soprattutto nel rapporto con le nuove generazioni?

«Ricordare la nostra lotta di Liberazione, nata dalle ingiuste sofferenze e da una dittatura folle, guerresca e predatoria, ci deve aiutare a condannare e a schierarci dalla parte dei più deboli, di quelli che, come noi al nostro tempo, sognano la libertà e una giustizia vera e autentica. Bisogna tenere a mente che non si finisce mai di lottare, che nessuna conquista è definitiva…»

L’intervista completa è sul numero di aprile di LiberEtà. Per abbonarti alla nostra rivista clicca qui