Social media. La fine di un’era

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Dallo scorso novembre, la società americana Meta ha introdotto le versioni a pagamento di Facebook e Instagram, per adeguarsi alle indicazioni dell’Unione europea sulla privacy. E le perplessità non mancano.

Quando il 6 novembre scorso a tutti gli utenti europei di Facebook e Instagram è arrivata la notifica di procedere con abbonamento a pagamento senza pubblicità, è stata un po’ come la fine di un’era. Certo, è bene chiarire subito che la versione a pagamento è solo una possibilità. Chi non vuole sottoscrivere alcun abbonamento, può ancora usare le piattaforme gratuitamente con le inserzioni pubblicitarie. Ma ora, quel patto con gli utenti basato sull’uso esclusivamente gratuito non c’è più.

Il cambiamento era nell’aria da un po’: Facebook aveva da tempo eliminato la frase «È gratis e lo sarà sempre» dalla sua pagina di iscrizione e molti giornalisti avevano anticipato quanto sarebbe potuto accadere.

Le normative europee. La decisione è stata presa per la necessità di adeguare i servizi dei due social network alle regole europee sulla privacy. Il General data protection regulation (Gdpr) emanato dal Parlamento e dal Consiglio europeo il 27 aprile 2016 richiede infatti il rispetto di precisi elementi normativi, che non permettono il tracciamento degli utenti. Limitando di fatto l’uso dei dati pubblicati sui social network per sfruttarli a scopi pubblicitari. Durante la navigazione, accettando i termini d’uso, Meta è in grado di raccogliere tutti i nostri interessi: i siti internet visitati, gli acquisti on line fatti, le informazioni consultate e altro ancora. In questo modo a ogni utente sono proposti contenuti personalizzati, permettendo alle aziende di mettere in atto campagne di marketing mirate e agli utenti di avere suggerimenti meno invadenti e più interessanti. Ma, d’altro canto, si mette in pericolo la privacy di ognuno.

Navigare senza pubblicità

Su questa dinamica si è sempre fondata la possibilità di usare i social network gratuitamente. Le aziende pubblicano pubblicità finanziando la piattaforma e permettendo agli utenti di navigare sui social “pagando” con i propri dati personali. Dall’introduzione del Gdpr, Meta aveva già chiarito meglio i termini d’utilizzo, modificando l’informativa e specificando l’uso commerciale dei dati. Ma non è bastato. Un anno fa Meta ha ricevuto una multa di 390 milioni di euro dalla commissione irlandese per la protezione dei dati per aver costretto gli utenti ad accettare pubblicità personalizzata per accedere ai social network. Violando così le norme sulla privacy dell’Unione europea. E lo scorso luglio la Corte di giustizia europea non ha permesso a Meta di raggruppare i dati raccolti sulle sue diverse piattaforme WhatsApp, Facebook e Instagram senza ricevere il consenso esplicito dell’utente. Nella sentenza la Corte ha anche suggerito che l’introduzione di un abbonamento avrebbe potuto essere un modo per adeguarsi. Così ora, oltre alla versione gratuita, c’è l’abbonamento a 9,99 euro al mese per la versione web, cioè tramite il sito sul computer, o 12,99 euro al mese per le app sugli smartphone.

Vale la pena pagare per i social network?

Il gruppo per i diritti sulla privacy None of your business, ad esempio, ritiene che non si possa pagare per il riconoscimento di diritti fondamentali e che potrebbe essere un pericoloso precedente. Si rischia così di far accettare l’idea che altri diritti, come quello di voto o la libertà di espressione, possano essere messi in vendita, consentendo di fatto soltanto ai ricchi di usufruirne. Forse una visione eccessivamente pessimistica, ma certo fa pensare. In concreto, abbonarsi a Facebook dipende da fattori soggettivi, come il reddito o il fastidio di fronte alla pubblicità. Ma non deve essere visto come una priorità, soprattutto in Europa, dove la privacy è già garantita e tenuta al sicuro e i dati sono comunque coperti dall’anonimato.

Un futuro diverso per i social media

È piuttosto il cambiamento a colpire. La novità dei social network a pagamento mina ancora una volta l’idea di un internet libero e gratuito. Un processo già iniziato con Elon Musk, che dopo aver acquistato Twitter, oggi rinominato X, sta puntando moltissimo sul piano in abbonamento. E che sembra continuare con Tik Tok, che sta testando un abbonamento mensile senza pubblicità per la sua app. Il cambiamento è forse solo agli inizi, ma il futuro dei social network, e magari di internet, potrebbe essere diverso da come lo immaginiamo.

L’articolo è stato pubblicato sul numero di gennaio del nostro mensile. Per abbonarti alla rivista, clicca qui