Raccontiamo il bene: la campagna di Libera sulle storie di riutilizzo dei beni confiscati alle mafie

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È partita la campagna “Raccontiamo il bene”, ideata da Libera con l’obiettivo di contare e raccontare le pratiche di riutilizzo dei beni confiscati gestite dall’associazionismo

Il prossimo 7 marzo saranno trascorsi 27 anni dall’approvazione della Legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, che ha rappresentato un formidabile strumento di contrasto ai clan e all’economia criminale, consentendo contestualmente di disseminare in tutta Italia esperienze di riscatto e cambiamento. Proprio in quell’occasione verranno resi noti i dati che l’associazione Libera sta raccogliendo attraverso il questionario diffuso dalla campagna “Raccontiamo il bene”, con l’obiettivo di contare e raccontare il valore e i valori di questo mondo variegato e articolato, che attraversa l’Italia dal nord al sud.

«Il questionario – ci spiega Tatiana Giannone, referente per i beni confiscati a Libera – è indirizzato a chi gestisce un bene confiscato e trasforma lo spazio in bene comune. L’obiettivo della campagna non è solo fornire un aggiornamento sui dati ma raccontare un pezzo della storia dei beni e delle realtà associative che li gestiscono, per condividere informazioni base, ad esempio dove sta il bene, che cosa succede all’interno, quanta gente ci lavora, cosa offre alla comunità. Insomma, scattare una fotografia aggiornata di quanto si muove attorno al tema del riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati, che sta cambiando il volto di tante aree del Paese. Il nostro impegno, dunque, è e deve restare quello di valorizzare la bellezza di queste storie, moltiplicandone la conoscenza».

Il questionario. Per partecipare alla campagna “Raccontiamo il bene” e compilare il breve questionario quali-quantitativo di Libera cliccare qui.

La giornata del 7 marzo sarà quindi l’occasione per avere un aggiornamento sul monitoraggio dei beni confiscati e per dare voce alle più piccole ma importanti esperienze di utilizzo che a volte non trovano spazio all’interno del più ampio dibattito nazionale sulla gestione dei beni confiscati alle mafie.

Sin dal 2013 Libera si è assunta la responsabilità di costruire una mappatura delle pratiche di riutilizzo gestiste dal Terzo settore. Un vero e proprio censimento che aggiorna annualmente in occasione proprio del compleanno della Legge 109. Già nel 2016 poi l’associazione aveva lanciato un primo questionario, arrivando a monitorare oltre 500 associazioni. «Oggi, in tutto il Paese, contiamo oltre 950 soggetti sociali impegnati quotidianamente nella gestione di questi luoghi, trasformati da beni esclusivi e simbolo del potere criminale sul territorio a beni di comunità – aggiunge Giannone – Una rete di esperienze in grado di fornire servizi e generare welfare, di creare nuovi modelli di economia e di sviluppo, di prendersi cura di chi fa più fatica. In tanti casi, aggiungendo a questo valore anche quello della memoria delle vittime innocenti delle mafie, cui i beni confiscati e i prodotti delle attività che vi si realizzano vengono intitolati».

Anche il Sindacato dei pensionati della Cgil è impegnato da anni sul fronte del riuso sociale dei beni confiscati. «Il percorso della legalità negli anni ha preso forma, l’impegno dello Spi Cgil è andato aumentando e oggi la legalità è uno degli elementi della contrattazione sociale territoriale, del nostro dialogo dunque con le istituzioni per contrattare condizioni di vita migliori per tutti» – spiega Carla Pagani del Dipartimento contrattazione sociale, legalità e politiche giovanili. «Quello dello Spi Cgil è un impegno per la legalità che si colloca nella cornice più ampia dell’impegno della Confederazione per la legalità. Spi, insieme ad Auser, può dare il proprio contributo». Dunque, si può e si deve lavorare sul territorio. «Riutilizzare i beni confiscati non significa solo combattere l’illegalità. Vuol dire anche dare vita a un’economia virtuosa e creare nuovi posti di lavoro – prosegue Pagani – Vuol dire creare nuove reti solidali, nuovi processi di partecipazione e condivisione, a partire da quello che torna a essere un vero e proprio “bene comune”. Si tratta cioè di costruire, a partire dall’antimafia, un modello alternativo alla mafia fondato sul rispetto dei diritti, sul lavoro buono, sulla buona occupazione, sulla riduzione delle disuguaglianze».

Lo Spi, insieme alla Cgil, è protagonista in prima persona anche di alcune gestioni di beni confiscati. «Accade a Quarrata, in provincia di Pistoia, e a Spino d’Adda, in provincia di Cremona. Si tratta di due realtà che ci vedono coinvolti in prima linea, insieme alla Cgil. I Comuni restano assegnatari del bene ma attraverso dei protocolli di intesa affidano la gestione al sindacato e ad altre associazioni del terzo settore. Quelle di Quarrata e Spino d’Adda sono due esperienze pilota che meritano di essere valorizzate e possono senz’altro rappresentare delle buone pratiche a cui ispirarsi per avviare percorsi analoghi», conclude Carla Pagani.

Nella guida al riuso sociale dei beni confiscati Nelle nostre mani, che lo Spi ha realizzato lo scorso anno, sono state raccolte proprio le azioni possibili che il sindacato può mettere in campo. La guida, pubblicata da LiberEtà Edizioni, è acquistabile cliccando qui.