Racconti d’estate. Andavamo a guardare la radio di Giovanni Antonio Richard

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Giovanni Antonio Richard è l’autore del racconto “Andavamo a guardare la radio”, con cui ha partecipato al premio letterario di LiberEtà del 2015. Qui un pezzo tratto dal racconto, per la nostra rubrica Racconti d’estate.

L’arrivo della “scatola parlante” in valle Varaita, negli anni Cinquanta, rappresenta un evento eccezionale. Accolta da molti con stupore e incredulità, riuscirà in breve tempo a raccogliere intorno a sé l’interesse della comunità. In particolare una stazione balcanica, con la sua strana e incomprensibile lingua e le musiche allegre di fisarmonica

La radio, una delle più grandi invenzioni del Ventesimo secolo, entrò nelle case private dell’alta valle Varaita alla metà degli anni Cinquanta. L’atteggiamento di qualcuno nei confronti della “scatola parlante”, come veniva definita, fu simile a quello degli indios d’America quando ebbero in mano per la prima volta uno specchio. Ci furono increduli emuli di san Tommaso che sfilarono il pannello posteriore dell’apparecchio, o sbirciarono attraverso i fori, convinti che prima o poi qualche omino che stava li dentro l’avrebbero visto.

A Chianale, la prima radio la comprarono i Dao dell’osteria e fu un evento che coinvolse l’intero paese; si ricorda che quasi tutti i chianalesi andarono a sentire il festival di Sanremo. Il grosso apparecchio radio era stato sistemato su di una mensola a un paio di metri d’altezza e la gente, curiosamente, si disponeva a semicerchio nella stanza, in modo che tutti potessero anche vederlo. In quei primi approcci alla radio, la gente si disponeva non solo per sentire, ma anche per vedere, com’erano soliti fare con un suonatore di fisarmonica. La radio portò la musica in tutte le case, a piacimento e non solo in occasione di una festa. Una “stazione” molto gettonata in quegli anni, in onde medie che andavano e venivano fra tremende scariche elettriche, era Radio Lubiana.

Il giovedi sera alle 20, terminato quel che sembrava di capire fosse un notiziario, la sigla musicale annunciava la trasmissione, ma prima una voce maschile si dilungava in quello che si credeva essere la presentazione della scaletta. In una lingua slava dalla bella sonorità, il presentatore teneva in ansia gli ascoltatori per lunghi minuti, poi iniziava la musica. Erano melodie eseguite da virtuosi della fisamonica, intercalate con brani anche cantati, i quali, dopo un po’ quasi si sapevano a memoria: una di quelle canzoni diceva: «Di dreia, di dreia, di dreia e di dron… di dreia di dreia driedron».

Nessuno seppe mai cosa volessero dire quelle parole, ma a qualche buontempone venne in mente di ripeterle, tra le risate generali, leggermente modificate, in occitano. È trascorso, da allora, oltre mezzo secolo: tanta acqua è passata sotto i ponti, quel mondo rurale quasi non esiste più e le monumentali radio di allora, nei migliori dei casi, sono riposte silenti in qualche angolo di solaio. Però le emozioni belle vissute da tanta gente in quei tempi lontani grazie a Radio Lubiana, sono ancora lì, ben nitide nella memoria di chi ancora vive a dimostrare che per esse il tempo non si cancella.