Sorge il Sol dell’avvenire. Nasce il Partito dei lavoratori italiani

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Era il 14 agosto 1892 quando decine di delegati si riunirono nella sala Sivori di Genova per dare vita a quello che inizialmente venne denominato Partito dei lavoratori italiani. La nuova formazione politica nasceva dalla convergenza tra la componente riformista di Filippo Turati e quella rivoluzionaria di Andrea Costa. Ma fin da subito la convivenza non fu affatto semplice

L’apertura del congresso è fissata per le 9 del mattino, ma da almeno un’ora prima la folla dei delegati fa ressa davanti alla porta della sala Sivori. Molti sono arrivati la sera precedente, altri dopo un’intera notte trascorsa in treno. Si trovano a Genova per discutere e compiere gli adempimenti che nell’arco di due giorni, il 14 e 15 agosto 1892, porteranno alla nascita del Partito dei lavoratori italiani. La nuova formazione, che nel 1895 assumerà il nome di Partito socialista italiano, è il frutto della convergenza tra diverse componenti politico-culturali: in particolare quella riformista di Filippo Turati radicata in Lombardia e quella ispirata al rivoluzionarismo di Andrea Costa egemone in Romagna. Resta fuori la componente anarco-operaista. «Perché ci mettete alla porta? – protesta Pietro Gori –. Dove voi sarete, là vi seguiremo». Il cavaliere dell’ideale, autore dell’Addio a Lugano, rivendica per gli anarchici la libertà di svolgere la loro propaganda tra i socialisti, ma Turati, che pure gli è amico, non ci sta: «Voi non ci seguirete. Noi non vi metteremo alla porta. Soltanto siamo stanchi di voi e ci separiamo».

I bisogni dei lavoratori. Dopo essersi liberato dell’influenza borghese, il movimento operaio italiano si emancipa dal ribellismo anarchico e apre il più lungo capitolo della sua storia nel segno dell’egemonia marxista. Il nuovo partito ha di fronte un compito impegnativo: aderire ai bisogni dei lavoratori, assumerne la tutela in una realtà complessa e contraddittoria come quella italiana. Ci riuscirà non senza fatica, dando impulso, a livello locale e nazionale, a forme sempre più mature di organizzazione politica, sindacale e cooperativistica. E questo, nonostante nei primi anni di vita si trovi a fronteggiare in campo aperto l’avversario di classe: agrari, padroni delle ferriere e governi responsabili degli eccidi proletari.

Il programma minimo. Il quadro politico muta radicalmente all’alba del Novecento. Sconfitta la reazione, con Giovanni Giolitti si apre un nuovo corso che afferma la neutralità dello Stato di fronte ai conflitti sociali e considera le lotte dei lavoratori per più alti salari e migliori condizioni di vita un effetto del progresso generale del paese. Il significato della svolta viene colto dal Psi che, nel settembre 1900 al congresso di Roma, approva all’unanimità un “programma minimo” come base per avviare un confronto con il governo. È un tentativo di sintesi progettuale e politica che coincide con la massima egemonia di Turati su tutto il partito. Ma dura poco.

Nei primi anni i contrasti e le divisioni tra le componenti furono molti e portarono alla scissione dei comunisti nel 1921

Lo scontro tra correnti. Sotto l’incalzare dei movimenti di lotta riprendono vigore le correnti rivoluzionarie, decise a far saltare l’intesa con Giolitti. Nel settembre 1902 al congresso di Imola, si assiste per la prima volta allo scontro tra due correnti organizzate: quella riformista di Turati e Claudio Treves e quella intransigente-rivoluzionaria di Enrico Ferri e Arturo Labriola. Alla fine, esce confermata la linea di Roma grazie a un salomonico ordine del giorno, in cui si afferma che «l’azione del partito è riformista perché rivoluzionaria, è rivoluzionaria perché riformista». Ma il contrasto tra le due anime del Psi si riaccende intorno all’Avanti! il cui direttore, Leonida Bissolati, è contestato e costretto alle dimissioni. Lo sostituisce Enrico Ferri che trasforma il giornale in un battagliero foglio antiborghese e anticlericale apprezzato da tanti nuovi lettori. Nell’aprile 1904 la sua elezione a segretario del partito segna la sconfessione del “ministerialismo” turatiano e l’avvento dei rivoluzionari alla guida del Psi. Già al congresso del 1908 i riformisti riescono tuttavia a riconquistare la maggioranza con l’appoggio della corrente integralista di Oddino Morgari. Impossibile dare conto dei successivi ribaltamenti di alleanze e di linea politica, ma non si possono eludere alcuni passaggi cruciali. Nel luglio 1912 al congresso di Reggio Emilia vengono espulsi i cosiddetti riformisti di destra, Bissolati, Ivanoe Bonomi e Angiolo Cabrini, per aver reso omaggio al re dopo un fallito attentato. A metterli alla porta è una mozione presentata da Benito Mussolini, astro nascente della corrente rivoluzionaria, che assume la direzione dell’Avanti! Nel 1914 è il futuro duce a essere cacciato per le sue posizioni interventiste. Fedele al principio dell’inconciliabilità assoluta tra guerra e socialismo, il Psi si adatta a “non aderire né sabotare” lo sforzo bellico del paese.

 

Le attese del dopoguerra. Il dopoguerra è carico di attese, accresciute dalla grande affermazione elettorale dei socialisti, che diventano il primo partito passando da 48 a 156 deputati. Sulle grandi lotte operaie e bracciantili aleggia il mito della rivoluzione vittoriosa: bisogna “fare come in Russia”. Lo pensano in tanti anche all’interno del Psi, partito che i comunisti di Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga ritengono inadeguato al compito e perciò nel 1921 ne fondano un altro. Quelli che restano continuano a litigare. C’è chi vorrebbe un’intesa con le forze della borghesia laica e cattolica in funzione antifascista, ma la linea “collaborazionista” viene sconfessata dal congresso di Roma (1-4 ottobre 1922). I riformisti – Turati, Claudio Treves, Giuseppe Modigliani, Giacomo Matteotti – sono espulsi e danno vita al Partito socialista unitario. Un altro distacco, un altro partito. È il triste epilogo – mentre Mussolini si appresta a conquistare il potere – della storia iniziata trent’anni prima a Genova. Toccherà agli esuli in terra di Francia riunire le membra sparse del socialismo italiano che, temprato dalla lotta antifascista e dalla Resistenza, darà un contributo decisivo all’avvento della Repubblica e alla rinascita democratica dell’Italia.