L’uomo del dialogo. Chi era Padre Ernesto Balducci

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Il 6 agosto di cento anni fa nasceva Padre Ernesto Balducci. L’uomo del dialogo tra culture nella grande Firenze del dopoguerra. Ne parliamo, in questa intervista, con il direttore di Testimonianze, Severino Saccardi

«Io, “giovane in ricerca”, lo conobbi a metà anni settanta, in un colloquio personale molto intenso. Anche se viveva in una dimensione della sfera pubblica molto impegnata, trovava sempre il tempo per le persone, con cui dialogava, si confidava, si confrontava. Quell’incontro mi cambiò la vita». Severino Saccardi ha un ricordo nitido di Padre Ernesto Balducci, e ne è uno degli eredi. Dal prelato ricevette a metà degli anni Novanta l’incarico di guidare Testimonianze, la rivista che dirige tuttora. A lui abbiamo chiesto di raccontarci la figura di Balducci, nato cento anni fa nel centro minerario di Santa Fiora, in Maremma, e inserito di recente dalla Regione tra i “Grandi Toscani”.

Chi era Padre Balducci?

«Un uomo appassionato, con posizioni molto radicali, grande polemista, ma con una caratteristica: era estremamente rispettoso degli interlocutori, una persona capace di parlare ma anche di ascoltare che coltivava il pluralismo intorno a sé, e questa mi è sembrata una lezione molto importante. Il suo fu un cristianesimo di speranza e libertà, “seme e lievito”, qualcosa che va a fermentare l’umanità e getta semi di pace. Le religioni – diceva – non possono dialogare sull’asse verticale delle proprie certezze, dei propri dogmi, perché ogni fede è portata a mantenere la propria identità. Ma possono intendersi sull’asse orizzontale della comune premura per i diritti umani, per la dignità dell’uomo e per la pace. Anche la cultura non può essere ostentata, ma va usata come strumento per emancipare e cambiare il mondo».

Non fu però un predicatore nel deserto.

«Al contrario, Balducci era il frutto della grande Firenze della cultura e del dialogo del secondo dopoguerra. La città era animata da personalità appartenenti a culture politiche diverse che, in tempi di opposizione ideologica, costruivano non muri ma ponti. Fece parte di quel fermento il cattolicesimo democratico di Giorgio La Pira e la chiesa figlia della lezione del cardinale Elia Dalla Costa, che aveva chiuso le porte in faccia a Hitler e Mussolini nel ‘38, e dell’esempio di don Milani. Ma anche esponenti della politica e della cultura liberalsocialista come Calamandrei e Codignola e di area comunista come il primo sindaco di Firenze Fabiani, Cesare Luporini, lo storico Eugenio Garin. La rivista Testimonianze, fondata da Balducci nel ‘58, fu strumento della cultura del dialogo tra credenti e non credenti, tra religiosi e laici».

Padre Balducci fu anche un innovatore. Quale fu il suo percorso?

«Fu uomo di fede e difensore della laicità, e un esempio di impegno civile sui temi del presente. Un anticipatore del Concilio Vaticano II. Alcune sue posizoni gli costarono l’allontanamento da Firenze. In seguito, fu propugnatore delle novità del Concilio e difensore delle sue conquiste più radicali, in una perenne ricerca del dialogo tra cattolici e non credenti, tra religiosi e società. In questa veste fu anche un protagonista politico di quella stagione di dialogo tra cattolici, sinistra e Pci, che portò molti credenti, vicini alla Badia Fiesolana, a candidarsi con la Sinistra indipendente e il Partito comunista. Per arrivare alla grande stagione degli anni Ottanta con i grandi convegni nati con lo slogan “Se vuoi la pace prepara la pace”, in cui vengono affrontati gli argomenti di quello che verrà chiamato l’“uomo planetario”: la pace e il disarmo, il rapporto tra Nord e Sud del mondo, la lunga marcia dei diritti umani. Con i colloqui europei lanciava il messaggio di una ricostruzione necessaria dell’Europa, dopo la caduta del Muro».

Padre Balducci nacque nel villaggio di Santa Fiora, sull’Amiata. Che influenza ebbero le sue origini?

«Nel libro uscito postumo “Il sogno di una cosa”, parla in maniera letteraria delle sue origini, come di un mondo al confine tra miseria e povertà, ma in cui c’era un grande senso della dignità e della speranza, retroterra a cui rimase sempre ostinatamente fedele. Accanto alla sua tomba, nel cimitero di Santa Fiora, ci sono gli umili e i martiri di Niccioleta, quei minatori – alcuni dei quali suoi compagni di scuola -, che si opposero ai tedeschi che volevano far saltare la miniera. Balducci morì il 25 aprile, una data significativa, perché la Resistenza – diceva – aveva offerto l’opportunità di un immenso sogno di pace».

(Intervista tratta dal numero di luglio-agosto di LiberEtà Toscana)