giovedì 13 Dic 2018

Detenuto politico 3048

(Autore) in Pagine: 336

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Il bracciante Antonio Specchio racconta un periodo buio della nostra storia: la nascita del fascismo e la repressione di ogni libertà. Il lettore vi troverà una ricognizione puntuale delle condizioni di vita delle campagne pugliesi a partire dalla fine dell’Ottocento, quando la povertà disperata e oggi inimmaginabile era il carattere dominante della grandissima maggioranza degli uomini, i quali però reagivano a questo stato di disperazione con un’onestà e una dignità straordinarie.

I primi cinquant’anni del Novecento sono lo sfondo di questa autobiografia di Antonio Specchio, raccolta dalla nipote, che assume più d’una volta i tratti del racconto epico. Si tratta di una ricognizione puntuale delle condizioni di vita delle campagne pugliesi che parte dalla fine dell’Ottocento, quando la povertà disperata e oggi inimmaginabile era il carattere dominante della grandissima maggioranza degli uomini, i quali però reagivano a questo stato obiettivo di disperazione sempre con un’onestà e una dignità straordinarie. Ecco così le prime leghe dei contadini, le riunioni, le discussioni, fatte da soggetti di specchiatissima moralità e di coraggio temerario, giacché «a temere questa forza erano il prete e il padrone», che reagirono in maniera durissima, in stretta alleanza con lo stato borghese e monarchico. Seguono poi gli anni terribili della prima guerra mondiale («Si gridava: Abbasso i guerrafondai… la guerra è dannosa per noi lavoratori!»: ma poi Specchio partecipò alla guerra, dove fece fino in fondo il proprio dovere), quelle gloriose delle lotte per le riforme agrarie tra il 1919 e il 1920, poi brutalmente represse dal fascismo (e memorabile è la descrizione dell’uccisione del giovane Ferruccio Barletta, linciato dalla folla aizzata da un ufficiale dell’esercito, ubriaco), che vince grazie alla violenza e alla corruzione delle classi dominanti. Il racconto poi quasi si ingolfa nel grande fatto che vede protagonista Antonio Specchio: la manifestazione avvenuta nella città di Minervino per resistere alle violenze fasciste, che sfociò in alcuni episodi di devastazioni: Specchio per questo viene condannato a 29 anni di carcere (cinque condonati perché Medaglia d’argento al valor militare). Ma la militanza resta forte e le idee non vengono sconfitte con la repressione, e dopo la liberazione alla condanna dei metodi staliniani che avevano tradito l’idea di Lenin, Specchio accompagna l’analoga condanna delle scelte di Saragat prima e di Nenni poi, «puntellatori del capitalismo», «ciarlatani, fannulloni, arruffateste».

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