giovedì 13 Dic 2018

Bagnoli la fabbrica

Antonio Otranto (Autore) in Pagine: 168 Collana: Premio LiberEtà

Prezzo:  8,00
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Ricostruzione di una vicenda esemplare della storia italiana della seconda metà del Novecento: la storia dell’Italsider di Bagnoli.

«Qualche anno fa ho partecipato alla presentazione di un libro» che ricostruiva l’esperienza straordinaria del centro siderurgico di Bagnoli. Ebbene, in quel libro, fatto da chi, si diceva, era vissuto per molto tempo in quella fabbrica intervistando operai e dirigenti, sindacalisti e impiegati, non c’era traccia della reale vita e delle esperienze di lavoro che in quella fabbrica si svilupparono. Così, la «forte irritazione» diventa la spinta a cercare di sistemare le memorie, i «frammenti di vita vissuta», i «brandelli di memoria» per restituire la verità di una «realtà complessa e variegata».

È questa la spinta iniziale che ha condotto Antonio Otranto a dedicarsi alla ricostruzione di una vicenda esemplare della storia italiana della seconda metà del Novecento. E la ricostruzione è tutta fatta “da dentro”, appunto, da chi di quelle vicende è stato protagonista, dapprima come operaio ma in una situazione di mobbing, costretto a non fare niente se non a subire le angherie e gli insulti del capo. E fu proprio questa situazione di frustrazione che lo portò a reagire con quella che Otranto chiama «incazzatura napoletana»; così eccolo “passare” impiegato, e poi, dopo «la prima scena di sciopero operaio», cominciare a impegnarsi nel sindacato. L’esperienza è esaltante, nonostante le reazione dei colleghi impiegati e il vero e proprio ricatto che Otranto deve subire quando, in occasione di uno sciopero, il capo del personale gli disse che se avesse partecipato, si sarebbe certamente rovinato una «brillante carriera». Ma Otranto continua nel proprio impegno, fino a diventare delegato del consiglio di fabbrica, «strumento efficacissimo di democrazia e di partecipazione».

E gli anni della Fabbrica vengono ripercorsi in tutte la loro drammatica realtà, il lavoro, la produzione, gli incontri con i grandi dirigenti della sinistra (Terracini e Amendola, Lama e Berlinguer) e con gli operai e gli impiegati rimasti senza nome (ma un nome Otranto lo fa: quello di Pasquale Grottola, un infermiere rimasto senza alcun riconoscimento e alcun premio pur avendo salvato la vita a un operaio vittima di un incidente gravissimo), i grandi temi civili come la droga (a Bagnoli si organizzò un convegno sul tema nel 1979!), la battaglia per l’organizzazione della vita in fabbrica e per il diritto alla casa, il coinvolgimento della società alla sopravvivenza della fabbrica utilizzando tutti i mezzi (volantini e megafoni, concerti in piazza e partite di pallone) e le mobilitazioni contro il terrorismo e in occasione del terremoto del 23 novembre 1980…

Poi un giorno Otranto ritorna da pensionato nella fabbrica ormai dimessa: una fabbrica immobile, silenziosa, senza vita. Ma questa prima impressione viene subito respinta da Otranto, perché, fedele al sempre vivo motto con cui Giorgio Amendola concludeva i suoi discorsi, «al lavoro e alla lotta», scopre che lui e tutti i compagni pensionati continuano «a guardare avanti» e a impegnarsi per organizzare il futuro nostro e dei nostri figli. «Non male! Nessuna nostalgia e tanta voglia di lottare ancora».

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