Otto settembre ’43, il dramma e l’inizio della Resistenza

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Ottant’anni fa l’armistizio di Cassibile mette fine alle ostilità contro gli anglo-americani. Le forze armate sono però allo sbando; Badoglio e il re fuggono a Brindisi lasciando il paese nel caos. Le truppe tedesche occupano il nostro paese. In quel contesto però prende forma una nuova idea di patria che porterà alla Costituzione e alla democrazia

di Gianluca Fiocco

Nel settembre di ottant’anni fa l’Italia si trovò divisa in due – al Centro-Nord i tedeschi con i fascisti di Salò, al Sud gli angloamericani e il governo Badoglio – e la sua stessa unità parve in pericolo.

Si stava vivendo l’anno più drammatico nella storia nazionale dal Risorgimento. Era iniziato con la catastrofica ritirata di Russia dell’Armir, il corpo di spedizione che Benito Mussolini aveva voluto a tutti i costi affiancare alle armate tedesche, nello spirito della crociata contro il bolscevismo. Decine di migliaia di soldati scomparsi nella neve, periti di stenti e malattia, tragica conferma delle inadeguate dotazioni con cui erano stati mandati a combattere.

Si trattava di un colpo mortale per il fascismo: un regime legato all’esaltazione della guerra, si stava inabissando nel fallimento più completo. Il problema è che si portava dietro un intero paese, che alle promesse di grandezza imperiale ora non credeva più e guardava con timore al futuro.

I fatti del luglio 1943

Lo sbarco angloamericano in Sicilia, iniziato il 10 luglio, mostrò in poco tempo l’impossibilità per le forze italiane di preservare il territorio nazionale.

Il 17 luglio Roma venne sorvolata da aerei alleati che lanciarono manifestini recanti le firme di Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt che si rivolgevano agli italiani dicendo loro che «la sola speranza per l’Italia di sopravvivere sta in un’onorevole capitolazione alla potenza travolgente delle forze militari delle Nazioni unite. Se continuerete a tollerare il regime fascista, asservito al potere malefico dei nazisti, dovrete subire le conseguenze della vostra stessa scelta».

Nel giro di appena due giorni, da questo monito si passò all’atto pratico: il 19 luglio, la capitale per la prima volta fu bombardata da centinaia di fortezze volanti statunitensi. Il messaggio era chiaro: se l’Italia non si fosse arresa, la guerra sarebbe stata portata alle più estreme conseguenze. Pio XII si recò immediatamente nelle zone colpite, in un clima di grande commozione.

Un’accoglienza gelida venne riservata invece al re. Mussolini, che in quelle ore si trovava a Feltre per un incontro con Hitler, sarebbe andato sui luoghi del bombardamento solo il 25, quando da poche ore era stato sfiduciato dal Gran consiglio del fascismo, che aveva approvato l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi.

Non tutti i gerarchi si resero conto delle implicazioni di quel voto; lo stesso Mussolini pensava di poter ancora controllare la situazione. In realtà si era alla resa dei conti. L’ormai ex duce venne arrestato e inviato a Ponza, dove con enorme stupore lo videro arrivare i confinati antifascisti. A lungo si sarebbe riflettuto sui paradossi di un presunto colpo di Stato realizzato dal capo dello Stato.

Scontri a Porta San Paolo tra l’esercito regio e le forze tedesche

Gli indugi di Badoglio

Si formò il governo presieduto da Pietro Badoglio. Questi rassicurò i tedeschi sulla fedeltà italiana all’ Asse, ma essi nutrivano più di un dubbio sull’alleato. Hitler ordinò l’ occupazione militare della penisola, con la motivazione di prestare soccorso all’Italia, in realtà per prepararsi a ogni evenienza.

Se mai fosse stata praticabile, l’idea di uscire dal conflitto senza particolari traumi sarebbe diventata ora totalmente irrealistica. L’Italia si stava trasformando in un campo di battaglia fra grandi eserciti organizzati di tutto punto.

Il governo Badoglio indugiò nelle trattative segrete con gli angloamericani, timoroso della reazione tedesca e attaccato all’illusione di poter strappare determinate garanzie a Londra e Washington, che invece restarono ferme sulla linea di principio fissata alla conferenza di Casablanca: dai nemici del Tripartito si sarebbe accettata soltanto la resa incondizionata.

È proprio un documento di questo tipo che il plenipotenziario italiano si vide costretto a firmare a Cassibile, in Sicilia, il 3 settembre. Si convenne che l’annuncio dell’ armistizio sarebbe stato dato cinque giorni dopo, per preparare i comandi italiani a gestire la situazione nei diversi contesti locali e per organizzare una difesa di Roma dai tedeschi.

In realtà nulla di tutto questo venne fatto e l’8 settembre il paese, lo Stato, l’ esercito piombarono nel caos più totale. Il giorno dopo il re Vittorio Emanuele III fuggì da Roma.

La “morte della patria”

Su questo momento così cupo della storia nazionale si sono versati fiumi d’inchiostro. È stata proposta a un certo punto la chiave interpretativa della “morte della patria” a sottolineare le ferite permanenti di quella tragedia e una debolezza costitutiva dell’Italia repubblicana.

Non a caso questo paradigma ha goduto di una certa fortuna negli anni Novanta, quando il crollo del sistema dei partiti e le aspirazioni rifondatrici di una parte del ceto politico alimentavano l’ idea di presunte tare originarie del sistema repubblicano, tra cui un deficit strutturale di senso pubblico e attaccamento alle istituzioni.

Certamente, in quel drammatico passaggio del 1943 qualcosa si eclissò, ma non tanto l’idea di patria, quanto piuttosto l’immagine dell’Italia come grande potenza. Nella presa di coscienza dei disastri prodotti dalla via imperialista e razzista all’affermazione della nazione si creavano le basi per la ripresa di un’altra concezione della patria, non più sciovinista e anzi in spirito di fratellanza con gli altri popoli, in una nuova Europa liberata dal nazifascismo.

Alberto Sordi in “Tutti a casa”, il film di Luigi Comencini che racconta i fatti dell’8 settembre

Una nuova Italia democratica

Questa prospettiva democratica circolava nelle file dei partiti antifascisti che proprio in quell’anno drammatico presero a riorganizzarsi. L’entrata in vigore dell’armistizio coincise con un’importante iniziativa unitaria di queste formazioni politiche: la costituzione del Comitato di liberazione nazionale, che assunse la guida politica e militare della nascente Resistenza. Le forze e le idee di una nuova Italia democratica cominciavano ad assumere un ruolo rilevante.

In ottobre il governo Badoglio dal Sud dichiarò guerra alla Germania, prospettando l’ allargamento dell’esecutivo a tutti i partiti antifascisti. La formazione di un governo di unità nazionale sarebbe avvenuta nella primavera del 1944, segnando un passaggio fondamentale nel cammino di riscatto intrapreso dalla nazione.

Questo spirito unitario venne mantenuto anche nella successiva e non semplice opera di scrittura della Costituzione, turbata ma non fermata dallo scoppio della guerra fredda.

L’ antifascismo dimostrò allora di essere non solo un’alleanza “in negativo”, stipulata per battere un nemico comune, ma anche un progetto positivo, in grado di tracciare quelle regole comuni e quelle linee di un processo di emancipazione che avrebbe visto al- l’opera più di una generazione di italiane e di italiani.