Lorenzo: il prete che amava parlare agli ultimi

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Cinquant’anni fa moriva don Lorenzo Milani. Esiliato dalla curia di Firenze in un paesino nel Mugello, dove fondò la scuola di Barbiana. Oggi viene riabilitato da papa Francesco che lo chiama «testimone di Cristo e del Vangelo».

La vita di don Lorenzo Milani – morto a soli 44 anni il 26 giugno 1967 – è stata assai breve, ma intensa. Quando morì in conseguenza di una malattia devastante, aveva appena portato a termine Lettera a una professoressa, una veemente denuncia del carattere classista della scuola italiana che verrà adottato come un testo rivoluzionario dal movimento studentesco del Sessantotto. Per tredici anni don Milani è stato il priore di Barbiana, una piccola frazione di montagna nel cuore del Mugello.

Quando don Lorenzo giunge a Barbiana, nel dicembre 1954, trova soltanto una chiesa con la canonica e quaranta parrocchiani che vivono nelle poche case sparse sulle colline, senza strade, né acqua né luce. Lo hanno mandato lì, in una sorta di confino ecclesiastico, perché il suo modo di predicare e applicare il Vangelo non piaceva ai superiori. Ma per don Lorenzo non rappresenta certo una punizione l’opportunità di svolgere il suo apostolato in un mondo che sente tanto più vicino quanto più esso è distante da quello da cui proviene. Lorenzo Milani nasce infatti – il 27 maggio 1923, a Firenze – in una colta e agiata famiglia borghese (la madre, Alice Weiss, è di origine israelita). Dopo gli studi classici e i corsi di pittura all’Accademia di Brera decide di entrare in seminario. Ordinato sacerdote nel luglio 1947, fa le sue prime esperienze pastorali in provincia di Firenze, a Montespertoli e poi a San Donato di Calenzano, dove fonda una scuola serale per giovani operai. Anche a Barbiana, a pochi giorni dal suo arrivo, nei locali della canonica apre una scuola serale e un doposcuola. Dopo due anni decide di concentrarsi sulla scuola di avviamento professionale per i primi sei ragazzi che hanno finito le elementari. È una scuola impegnativa, dove si studia dieci ore al giorno, ma è soprattutto una scuola che si fonda sul rifiuto di una cultura elitaria, dove tutti hanno qualcosa da insegnare e da imparare, a cominciare dal prendersi cura di quel che accade nella società, nella politica, nel sindacato. Il motto I care (io mi prendo cura, che Walter Veltroni prese a prestito per dare un’identità al neonato partito democratico) nasce proprio a Barbiana.

I problemi con la chiesa. Nel 1958 pubblica il libro Esperienze pastorali che viene ritirato dal commercio per disposizione del Sant’Uffizio. Nel 1965 scrive una lettera aperta ai cappellani militari, che hanno condannato l’obiezione di coscienza ritenendola «estranea al comandamento cristiano dell’amore ed espressione di viltà». Don Milani ne discute con i suoi ragazzi e poi replica così ai sacerdoti con le stellette: «Le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, fare orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto». È una presa di posizione che costa al sacerdote il rinvio a giudizio per apologia di reato. Poiché le condizioni di salute (dal 1960 combatte con un linfogranuloma maligno) gli impediscono di recarsi a Roma per il processo, affida la sua autodifesa a una Lettera ai giudici, nella quale rivendica non il diritto, bensì il dovere di battersi per cambiare le leggi che si ritengono ingiuste. Il 15 febbraio 1966 arriva l’assoluzione, ma il pubblico ministero ricorre in appello e il nuovo processo è fissato per il 28 ottobre 1967. Don Lorenzo è già scomparso, ma si trova ugualmente il modo di condannare il suo scritto dichiarando colpevole Luca Pavolini, direttore di Rinascita, che lo pubblicò sul settimanale comunista.

Le vecchie impalcature culturali, che saranno spazzate via dal vento della contestazione giovanile, oppongono l’ultima tenace resistenza a chi, come don Milani, rivendica il primato della coscienza individuale: «Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni». La parola dell’uomo, di ogni uomo, non può essere ridotta al silenzio ed è il possesso della lingua l’elemento fondamentale dell’eguaglianza umana. Se invece il processo educativo prescinde dalle condizioni di partenza degli alunni la scuola finisce per essere «un ospedale che cura i sani e rifiuta i malati». Per cambiare questo stato di cose nel luglio 1966 don Lorenzo inizia a scrivere, insieme ai ragazzi di Barbiana, Lettera a una professoressa, che diventerà il testo di riferimento nella lotta per il diritto allo studio, e grazie alla quale negli anni successivi si riduce l’evasione dell’obbligo scolastico, si diffonde la scuola a tempo pieno e si boccia molto meno. E oggi, nell’era dei social network, dell’omologazione culturale e linguistica cosa resta di quell’esperienza? Per lo scrittore Eraldo Affinati, che ne ha ripercorso la vita nel libro L’uomo del futuro, l’eredità di don Lorenzo è più che mai attuale: «L’ultima foto di don Milani è un’immagine di lui con un bambino africano in braccio. Oggi i ragazzi di Barbiana sono quelli che arrivano dalla Nigeria, dalla Siria, dall’Afghanistan».