Lombardia, diario da un ospedale #5. Gli errori

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In questi giorni difficili nelle nostre case entrano immagini e parole che narrano di ospedali in affanno, di uomini e donne che lavorano senza sosta per salvare quante più persone possibile, di reparti di rianimazione stremati. LiberEtà vuole raccontare da dentro il lavoro di chi ogni giorno, con dedizione e generosità, regala un pezzo della propria vita alla collettività. Lo facciamo pubblicando le pagine del diario di una ricercatrice che lavora in un ospedale lombardo. Resta anonima, certo per pudore ma soprattutto per tutelare la fatica dei tanti medici, ricercatori e infermieri che stanno vivendo un passaggio della loro vita davvero complicato. Un diario che raccoglie e rappresenta la voce di tutti e i sentimenti, le preoccupazioni, le stanchezze, le esperienze e le sensazioni di chi lotta contro il coronavirus.

Lombardia, 29 marzo 2020

La narrazione in televisione è ben precisa: state a casa, perché se il virus si diffonde è colpa degli italiani indisciplinati, che prima facevano le feste di laurea e i weekend in montagna, poi andavano a correre. Eppure la totalità delle persone che conosco vive reclusa da tre settimane, qualcuna da oltre un mese. Chi si muove ormai lo fa perché deve.

Poi entro in ospedale e mi limito a giudicare ciò che vedo. I primi positivi tra i colleghi più stretti risalgono ad almeno tre settimane fa. Oltre a chi si infetta perché in prima linea, ci sono i contagi nelle aree non-covid dell’Ospedale. Personale che si è infettato anche fuori, nella vita di tutti i giorni, che era asintomatico o che sciaguratamente è venuto al lavoro con febbre e tosse. Nel frattempo, la Regione ha deciso di cambiare la politica dei tamponi anche nelle strutture sanitarie, passando dal farlo a tutti coloro che venivano in contatto con un dipendente positivo, a farli soltanto a chi manifesta sintomi. Conseguenza: l’infezione si diffonde ulteriormente tra i colleghi, favorita anche dagli open space.

Il problema della salute nel dibattito pubblico riguarda soprattutto medici e infermieri. Ma non si parla di tutti gli altri lavoratori che fanno funzionare la macchina sanitaria e ai quali nessuno dedica attenzione: per esempio gli addetti alle pulizie, anche loro falcidiati. Dal mio limitato, ma diretto, punto di osservazione, credo che la diffusione del contagio non rallenti come ci si attenderebbe perché sono state prese decisioni e applicate procedure non corrette per salvaguardare la salute di tutte le persone che entrano negli ospedali. È tutto difficile e confuso. Nessuno era preparato a questo e tutti sono autorizzati a commettere errori, ma la mia sensazione è che la lentezza a reagire agli errori stia facendo ammalare e morire troppe persone.

Ora, se i mezzi d’informazione dicono che le uniche responsabilità della diffusione del virus sono da attribuire a chi fa passeggiate o va a correre da solo al parco, ma poi si registra un problema di diffusione negli ospedali, penso che i decisori stiano cercando di spostare l’attenzione rispetto a una gestione carente e ottusamente impermeabile a ogni valutazione oggettiva del proprio operato.

I numeri del contagio tra gli operatori sanitari non sono equiparabili a un bollettino di guerra. Nessuno sta sparando a quei medici. I sanitari negli ospedali si ammalano e muoiono perché altrove si prendono decisioni sbagliate e non si cambia strada o per carenza di informazioni o, peggio, perché tornare sui propri passi ha un costo politico in un momento in cui si deve apparire decisi.

Si dice: si ammalano soltanto gli italiani. Il mio amico-cardiologo – volontario in pronto soccorso per i malati Covid-19 nonostante diventerà papà tra pochi mesi – mi ha scritto: «Nei prossimi giorni dimettiamo quattro guariti: un collega, un nigeriano, un senza tetto e una filippina. Alla faccia di chi dice che vengono curati soltanto gli italiani»

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