Letture di primavera in regalo. L’azzurro rubato. 5° puntata

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Foto di Ruvim da Pexels

LiberEtà omaggia i propri lettori pubblicando sul sito il libro di Domenico Aleotti, terzo classificato del Premio letterario di LiberEtà 2020, in sei puntate. Ogni mercoledì vi porteremo in una Maremma incantata tra ex minatori partigiani e fotografi di moda. Un mondo fatto di duro lavoro, saperi preziosi, lotte e conquiste. Storie di piccoli e grandi amori, amicizie, avventure e passioni politiche. Un viaggio pieno di emozioni.



(…)

Fu in una giornata di splendido sole, con le ombre che si rincorrevano negli stretti vicoli medievali, che arrivò una piccola comitiva attorno al lento procedere di una macchina sportiva scoperta che arrancava nelle stradine antiche. Buk, allarmato da questo trambusto, cominciò ad abbaiare, e quando sentì Fabrizio chiamare, iniziò a guaire girando intorno a Selene. Incuriosita, la donna decise di affacciarsi alla porta trovandosi così di fronte al fotografo.

Fabrizio, con la pila di scatole di pesce in mano, si avviò verso la porta chiamando a voce alta: «Baldo, Baldo, è arrivato il pesce per Buk». Il cane corse tra le gambe del fotografo, dimenandosi in movimenti che non avevano nulla di festoso, erano piuttosto segni di smarrimento e di dolore che quella presenza aveva improvvisamente scatenato in Buk. Poi, con il volto in lacrime, sulla porta, Selene, ferma, immobile, come triste polena, con il suo silenzio comunicò al fotografo le tristi notizie. Fabrizio posò a terra le scatole di pesce e abbracciò la donna, che si lasciò andare in un pianto dirotto. Tra le lacrime, disse che Baldo non c’era più, se ne era andato in un inverno tremendo; l’aveva aspettato per mesi, alla sera, a volte parlava con Buk e gli diceva: «vedi Buk, io ho fiducia in quell’uomo, prima o poi torna, ti dico che torna».

Fabrizio era con un’amica, che attendeva sulla porta. Selene le andò incontro: «Signora si accomodi, scusi il disordine». Fabrizio intervenne in inglese, ma la signora aveva già capito e stava abbracciando la moglie di Baldo. Il fotografo era commosso. Quella morte lo colpiva molto. Aveva perduto una persona speciale. Disse a Selene del suo dolore e si scusò per essere tornato dopo tanto tempo, aveva aspettato che approvassero la sua proposta sui minatori della Maremma. Fabrizio era tornato con la sua amica giornalista, sarebbe stata lei a raccontare Baldo e a raccogliere la sua testimonianza.

«Su, su, se qui ci fosse Baldo si arrabbierebbe», disse Selene. «Non è la maniera di accogliere amici che vengono da lontano. Baldo sarebbe stato contento dei nostri abbracci, meno delle nostre lacrime, poi tra poco è sera, dove andate a dormire?». Fabrizio, con cortesia, rispose: «Pensavamo di scendere questa sera verso un albergo della costa, già prenotato, e tornare domani e così per i prossimi giorni». La vedova, con piglio: «Qui c’è il telefono, si chiama l’albergo e si disdice, la mia casa è la vostra casa, c’è la camera di mia figlia vuota da anni, è l’occasione di farla vivere, se dormite insieme, altrimenti uno può dormire nel mio letto e io scendo tra le pietre del mio Baldo, così mi sento più vicina a lui». La coppia, travolta dalla spontaneità di Selene, accettò l’invito.

Rivolto alla vedova, Fabrizio propose: «E se fosse lei a raccontarci Baldo?». Selene, sorpresa, scosse la testa.

La notte era passata, Buk era agitato. Continuava a girare tra la camera degli ospiti e la camera in basso dove dormiva la vedova, inquieta per l’assenza del marito.

La giornalista si chiamava Florence. Raccontò divertita l’origine di quel suo strano nome. Il padre l’aveva chiamata così in omaggio al fiorentino Giovanni da Verazzano che nel 1524 scoprì quella che diventò poi l’isola di Manhattan alla foce del fiume Hudson. Selene, sorridendo, aggiunse: «Anch’io ho un nome strano. Da bambina mi dissero che era il nome della luna. Mi chiamarono così perché nacqui di notte all’aperto, noi eravamo pastori transumanti. Dall’Appennino ogni anno si scendeva in Maremma a cercare inverni più miti. La notte in cui sono nata c’era la luna piena e allora mio padre decise di chiamarmi Selene, come la grande luna che mi vide nascere e mi inondò di luce».

Fabrizio, sentendo questo racconto, si esaltò: «Meraviglioso! Baldo per decenni nel buio della miniera e la moglie nata sotto la luna, un incontro magico. Sei d’accordo?», disse rivolto alla giornalista. Poi, rivolto a Selene: «Allora continua, hai detto che sei nata all’aperto, perché?», e con un gesto rapido accese la cinepresa. Selene, con fare ispirato: «Come dicevo prima, noi eravamo un’antica famiglia di pastori, da sempre in settembre scendevamo in Maremma. Gli anziani si lasciavano a casa, sulle nostre montagne, a custodire le vacche. Noi non li chiamavamo mai vecchi perché allora la loro parola valeva il doppio. Tutti gli altri della famiglia partivano. Il cammino era tanto, si impiegavano giorni. Tutti in fila: pecore, asini, cavalli, muli, uomini e donne, i bambini dentro i cesti, in groppa agli asinelli».

Fabrizio, con delicatezza, attento a non turbare la donna: «Tu, quindi, sei nata durante queste transumanze?». «Sì, forse non avevano fatto bene i conti», rispose Selene. «Pensavano che sarei nata alla fine del viaggio, ma spesso si nasceva di notte all’aperto, c’era qualche materasso di crine steso sotto il carro dei cavalli su cui di solito dormivano le donne e i bambini. Gli uomini, invece, dormivano dentro sacconi di pelle di pecora. Intorno a noi, a sorvegliare c’erano i cani da pastore. Ne ricordo uno, Barbaro, enorme, era un cane maremmano-abruzzese, alto come un asino, bianco come il latte, mi adottò e finché visse fu sempre accanto a me durante il cammino».

Sempre più coinvolto, Fabrizio si accorgeva piano piano dello scrigno pieno di storia che aveva di fronte. Baldo era un gioiello, ma sua moglie non era da meno. La giornalista ascoltava stupita appuntandosi su un taccuino nero le parole di Selene: «Ma l’Italia fu poi stravolta dalla guerra e diventò territorio di scontri e stragi». «Voi rimanevate fermi in montagna?», chiese Fabrizio. Come pescando negli anni della sua lontana gioventù, Selene rispose: «Non eravamo mai fermi. L’inverno in montagna è fatale, non c’è erba, poco fieno e lupi, lupi affamati, fin dentro casa. Anche se i lupi veri allora erano certi soldati tedeschi che non parlavano tedesco, si diceva fossero mongoli russi, rubavano le pecore, violentavano le donne, sparavano agli uomini. Quindi mio padre diceva fosse meglio scendere in Maremma: meno lupi e meno tedeschi». «E incontravate partigiani?», chiese l’americana. «Si diceva fossero sulle montagne», rispose Selene, «si muovevano di notte, come i lupi, nessuno li vedeva, ma a volte, nel buio, si sentivano gli spari. Poi una volta incontrammo cinque ragazzi, ma proprio giovani; avevano nastri di proiettili intorno al petto e grossi fucili più alti di loro, ci chiesero se avevamo visto tedeschi e fascisti e se trasportavamo pane e formaggio da vendere. Mio padre trattò con quello che sembrava fosse il capo, un bel ragazzo con bellissimi occhi azzurri. Pagarono due formaggette, poi mio padre li richiamò, restituì loro i soldi e gli regalò una grossa pagnotta, anzi, mi disse «Selene, porta il pane a quel ragazzo». Fu così che guardandolo negli occhi vidi una luce mai vista. Mi innamorai del giovane partigiano che rividi solo dopo la guerra. Era il mio Baldo».

«Ma durante i vostri viaggi non vi imbattevate in scontri o, peggio ancora, in stragi?», chiese cautamente Fabrizio. «No. Incontravamo però tanti sfollati, tante povere famiglie, anche ebree, che fuggivano cercando paesi per nascondersi. Una volta ci furono affidati due bambini, i genitori piangevano disperati, imploravano mio padre di prendere con noi i loro figli per farli passare come nostri fratelli. Così fu. Erano bimbi ebrei di Livorno. Mi stupì il loro silenzio e la loro educazione. Quando riprendemmo il cammino, i bimbi, che si tenevano sempre per mano, si girarono una sola volta e singhiozzando salutarono i genitori. Mio padre che era davanti al gregge si voltò. Non gli sfuggì questa scena, mi fece un gesto, indicandomi di raggiungerli. E così feci. Ero una ragazzina, ma in quel momento mi sentii subito una piccola mamma e per tutto il viaggio non li abbandonai mai. Avevamo il compito di consegnarli a una suora di Massa Marittima. Ricordo che quando la suora arrivò con un carrettino tirato da un asinello e li prese con sé, piansi come un fosso nel diluvio, vidi i due bambini mandarmi con le mani dei bacini, mi prese allora un dolore al petto che mi lasciò senza fiato. Ho saputo poi che i genitori furono traditi e morirono in Germania».

Mentre Selene parlava, Florence aveva gli occhi pieni di lacrime. Spinta da un moto improvviso, abbracciò la donna continuando a singhiozzare. Le due donne strette una all’altra invitarono Fabrizio a sospendere le riprese.

Poi Selene, ricordandosi del suo Baldo, esclamò: «Su, su, ormai la guerra è finita, Parliamo dell’incontro con il mio compagno». Anche Fabrizio partecipava al tentativo di superare il dolore: «Andiamo, riprendiamo, riaccendo le cinepresa. Selene, hai ragione tu, raccontaci dell’incontro con Baldo dopo la fine della guerra». «Sì, mio padre e i suoi fratelli decisero che sarebbe stata l’ultima delle nostre transumanze in Maremma, avevano venduto i muli e i cavalli e avevano tenuto solo gli asinelli che portavano le ceste con il mangiare e vollero passare per l’antica strada dei nostri avi, che durante la guerra avevamo abbandonato. La strada passava sotto il paese di Torniella, vicino a Roccastrada, dove parecchi si chiamavano come il mio Baldo, Bartalucci o Bertolucci. Per i pastori, Torniella era un passaggio obbligato, si ferravano i muli e i cavalli, si compravano le campane per le pecore e si vendeva il formaggio a un onesto commerciante, amico dei pastori. La vicina Roccastrada era famosa per le feste danzanti, c’era una grande sala dove si tenevano serate di ballo che tanto piacevano ai fratelli più giovani di mio padre. Fu lì che rividi il mio Baldo».

(…)



La storia
Un grande fotografo di moda decide di realizzare un servizio fotografico sulle colline della Maremma. Ma mentre cerca di catturare gli sguardi più espressivi di ragazze e ragazzi bellissimi, viene colpito dagli occhi azzurri di un vecchio della zona, un minatore che ha passato gran parte della sua vita lavorando sotto terra e che ha combattuto durante la Resistenza. Aleotti ci racconta un mondo perduto fatto di duro lavoro, saperi preziosi, lotte e conquiste.Un viaggio nel passato denso e pieno di emozioni.

L’autore
Nato a Genova nel 1942. Ha lavorato per una vita come sceneggiatore cinematografico anche per la grande casa di produzione Gaumont guidata Renzo Rossellini e per importanti registi di fama internazionale. Con Rossellini ha partecipato alla fondazione di Radio Città Futura negli anni Settanta. Ha lavorato con Franca Rame e Dario Fo. Da trentacinque anni vive in Maremma. Da sempre motociclista, oggi gira in Vespa. Ha una biblioteca di più di ottomila volumi. È iscritto allo Spi Cgil, scrive racconti e collabora con Il Tirreno.

 


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