Letture di primavera in regalo. L’azzurro rubato. 4° puntata

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Foto di Ruvim da Pexels

LiberEtà omaggia i propri lettori pubblicando sul sito il libro di Domenico Aleotti, terzo classificato del Premio letterario di LiberEtà 2020, in sei puntate. Ogni mercoledì vi porteremo in una Maremma incantata tra ex minatori partigiani e fotografi di moda. Un mondo fatto di duro lavoro, saperi preziosi, lotte e conquiste. Storie di piccoli e grandi amori, amicizie, avventure e passioni politiche. Un viaggio pieno di emozioni.



(…)

Erano anni che non arrivava tanta neve, i più vecchi parlavano dell’inverno del 1944, un inverno terribile, di guerra e di miseria. «Ti prego, Baldo, uscirai tra qualche giorno, c’è troppa neve, e ancora nevica», implorava Selene in quei giorni, ma Baldo non l’ascoltava. Si era coperto con il vecchio cappello di pelo in attesa della corriera per la miniera.

Un giorno uscirono mentre scendeva la neve. Era come una danza di bianche farfalle, senza turbinio, ma continua. Il cammino di Baldo era lento e attento, mentre il cane correva e tornava di continuo verso di lui quasi aprendogli una pista. Con fatica anche quel giorno arrivarono nei pressi della solita roccia. Il paesaggio era infinitamente bello. Quel leggero dondolare dei fiocchi di neve rendevano animati alberi e pietre; le case del borgo parevano galleggiare in un mare bianco. Baldo strinse gli occhi a rincorrere quelle immagini di libertà che lo riportavano bambino. Parve respirare tutto, rocce, neve, case, la bellezza che per anni aveva perduto nel buio della miniera. Si commosse e pianse. Poi, preso da un’improvvisa ansia, si portò le mani al petto ed ebbe solo la forza di chiamare: «Buk, Buk!». Il cane subito arrivò e vide il suo amico piegato sulla neve. Istintivamente infilò la testa tra le sue braccia tentando di sollevarlo e cominciò a leccargli le mani, il volto, lo leccava e guaiva, poi alzò la testa e lanciò un fortissimo ululato verso il cielo, spezzato ma continuo.

Li trovarono così, come abbracciati, nessuno poteva avvicinarsi, dovette arrivare Selene per riuscire a staccare Buk dal suo compagno. Baldo se ne era andato, proprio quando aveva scoperto la bellezza della sua terra che gli anni in miniera gli avevano rubato.

Nel circolo dei vecchi pensionati la sedia vicino alla finestra che Baldo qualche volta occupava rimase per molto tempo vuota. La sua scomparsa venne vissuta dai pensionati ex minatori come una ferita personale. Di Baldo avevano ammirato la coerenza, la faticata cultura acquisita, l’equilibrio nel giudicare le cose. Non accettavano che se ne fosse andato. Un giorno la sala del circolo si animò: un giornale locale portava in prima pagina la foto di Baldo con una didascalia: Dopo aver vinto un premio negli Stati Uniti per un’inchiesta fotografica sui minatori dei monti Appalachi di Virginia, il famoso fotografo Fabrizio Melli annuncia «tornerò in Italia sulle colline della Maremma per un servizio attorno al mondo vissuto da Ubaldo Bartalucci, ex minatore». I vecchi compagni si raccolsero attorno al tavolo sui cui era poggiato il giornale. Sgomenti si interrogarono su cosa sarebbe accaduto. Avevano capito che il fotografo non sapeva che Baldo fosse morto. Che fare? Scrivere al giornale?

Si alzò Bernardo, l’amico più caro di Baldo. Con calma, pesando le parole, disse: «Io so cosa direbbe Baldo se fosse qui, ci inviterebbe a dire, chi è Baldo?, e a rispondere, Baldo siamo tutti noi. Lasciamo che il fotografo torni. Qui vive la memoria del Bartalucci».

La vedova di Baldo nel frattempo continuava la sua vita. Buk le era sempre vicino. Scendeva spesso nella stanza in cui il marito aveva conservato le sue pietre. Le puliva tutte con cura, accarezzando ogni pezzo, poi saliva e si preparava per la quotidiana camminata fino alla roccia del marito.

Là Selene pregava. Aveva imparato da bambina che Dio è in ogni luogo. Così rispondeva al giovane prete che sempre la invitava a entrare in chiesa per ricordare il marito. «Verrò, verrò», rispondeva cortesemente Selene al parroco, «in fondo la pietra che mio marito aveva scelto per le sue passeggiate era la pietra di cui è fatta la chiesa».

Buk osservava Selene mentre a voce alta parlava e pregava, quasi intuisse che in fondo parlasse anche a lui, e un po’ di verità c’era, poiché qualche volta in effetti si rivolgeva proprio a Buk: «Ti ricordi Buk quante volte sei salito qui con Baldo?». Gli occhi del cane erano sempre attraversati da un lampo improvviso al nome di Baldo.

Gli amici del circolo anziani, d’accordo con il giovane sindaco, nipote di un minatore, avevano affisso fuori del circolo una targa in bronzo in onore di Baldo che recitava: Da qui partì Ubaldo Bartalucci, amico e caro compagno. A lui diciamo: noi non abbiamo fretta, ma aspettaci che arriveremo. Firmato: I tuoi compagni. Selene teneva la targa sempre lucida e libera da erbacce.

Dopo la passeggiata con Buk tornava a casa e si rimetteva subito in marcia per andare al piccolo cimitero. Era distribuito su una collinetta da cui si vedeva il mare. Baldo le diceva sempre che avrebbe fatto volentieri il marinaio. Invece, come tanti in paese, finì nel buio della miniera. Soffrì ma fu sempre fiero del suo lavoro, felice del rapporto con i suoi compagni legati da un unico destino.

Quando era ancora in vita Baldo spesso diceva: «Non corro, ma quando arriverà il giorno voglio essere sepolto per terra, dove ho vissuto per anni. Accolto come un figlio dalla madre di tutto, con noi non sempre benigna».

Accanto alla tomba di Baldo era sepolto un suo caro amico, anche lui ex minatore. La tomba era abbandonata da anni poiché erano morti tutti i parenti, stretti e lontani. Selene la puliva, metteva qualche fiore e con i suoi gesti rendeva fratelli i due amici scomparsi.

La donna in casa teneva bene in vista due cartoline che il fotografo aveva inviato dall’America, erano piaciute molto a Baldo che le aveva portate al circolo degli anziani mostrandole con fierezza: una rappresentava la statua della libertà nella baia di New York, nell’altra il ponte Giovanni da Verazzano sull’Atlantico.

(…)

 



La storia
Un grande fotografo di moda decide di realizzare un servizio fotografico sulle colline della Maremma. Ma mentre cerca di catturare gli sguardi più espressivi di ragazze e ragazzi bellissimi, viene colpito dagli occhi azzurri di un vecchio della zona, un minatore che ha passato gran parte della sua vita lavorando sotto terra e che ha combattuto durante la Resistenza. Aleotti ci racconta un mondo perduto fatto di duro lavoro, saperi preziosi, lotte e conquiste.  Un viaggio nel passato denso e pieno di emozioni.

L’autore
Nato a Genova nel 1942. Ha lavorato per una vita come sceneggiatore cinematografico anche per la grande casa di produzione Gaumont guidata Renzo Rossellini e per importanti registi di fama internazionale. Con Rossellini ha partecipato alla fondazione di Radio Città Futura negli anni Settanta. Ha lavorato con Franca Rame e Dario Fo. Da trentacinque anni vive in Maremma. Da sempre motociclista, oggi gira in Vespa. Ha una biblioteca di più di ottomila volumi. È iscritto allo Spi Cgil, scrive racconti e collabora con Il Tirreno.

 


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