La musica al tempo del coronavirus. Una nota tira l’altra #19

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La canzone napoletana è una forma narrativa, oltre che musicale. Spesso viene usata per raccontare favole, fatti accaduti e persino divulgare testi evangelici. Uno degli archetipi del genere favole in musica è sicuramente  “O’ Guarracino” (1700), che racconta la storia di un pesce (piccolo e non commestibile) che si vuole sposare con la “sardella” e con il suo corteggiamento suscita gelosie fino a scatenare una rissa generale tra tutti gli abitanti del mare. La illustra e la interpreta il cantastorie Stefano Serino.
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Dopo la seconda guerra mondiale a Napoli nacquero molti bambini con la pelle scura. “Tammurriata nera” (musica di E. A. Mario, e testo di Edoardo Nicolardi, 1944) racconta con ironia cosa accadeva in quei giorni in cui le truppe “alleate” avevano liberato la città. Vi proponiamo la versione della Nuova Compagnia di Canto Popolare (1974) con immagini dal film “Paisà” di Roberto Rossellini (1946).
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Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696 – 1787), vescovo, autore di oltre 100 testi teologici, era anche musicista. La sua creazione più famosa è “Quanno nascette Ninno” da cui deriva la più semplice “Tu scendi dalle stelle”. La versione originale descrive l’intero evento della nascita di Gesù come fosse una rappresentazione teatrale, dando voce ai personaggi che compongono il Presepe. Ve la proponiamo nella straordinaria interpretazione di Pina Cipriani.
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Ma la canzone napoletana è anche e soprattutto passione amorosa, spesso non corrisposta. Ve ne proponiamo 3 esempi. Il primo è “Carmela”, musica di Sergio Bruni su una poesia di Salvatore Palomba. Eccola nella versione cantata da Sergio Bruni in forma, si direbbe, di lamento struggente, nell’entusiasmo caloroso del pubblico.
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Amore puro e (sembrerebbe) corrisposto è invece il caso della classica e famosissima “Io te vurria vasà” di Vincenzo Russo ed Eduardo Di Capua (1900). Ve la proponiamo nella versione classica di Roberto Murolo e in una esecuzione modernizzata ma altrettanto emozionante eseguita da Gigi Finizio che canta accompagnandosi al pianoforte e dialoga con uno strepitoso sax contralto.
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“Dicitencelle vuje”, la famosa canzone scritta nel 1930 da Rodolfo Falvo su parole di Enzo Fusco, torna a proporre una “ambasciata”. Chi canta chiede a una ragazza di fare da intermediaria verso l’amica e di raccontarle la sua passione “più forte di una catena”. Ma è un espediente: non appena all’intermediaria spunta una lacrima il protagonista si confessa. È lei la sua vera passione e non l’amica, è lei la “rosa ‘e maggio, ch’è assai cchiù bella ‘e na jurnata ‘e sole”. A dimostrazione di quanto sia conosciuta e cantata questa bellissima canzone ve ne proponiamo 3 ascolti. Il primo nell’interpretazione classica di Mario Abbate. Il secondo con la voce di Anna Magnani, a riprova ancora una volta del fatto che un bel testo e una buona musica possono essere interpretati senza una precisa “identità di genere”. Il terzo nell’esecuzione di un’orchestra e di un cantante coreani.
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Da una sfida fatta a Gabriele D’Annunzio di saper scrivere in dialetto napoletano nacque nel 1907 la canzone “A vucchella” (La boccuccia), scritta da D’Annunzio al famoso “Gran Caffè Gambrinus” di Via Chiaia e musicata da Piero Tosti, anche lui abruzzese come “l’immaginifico”. Ve la facciamo ascoltare nella versione interpretata da Rosa Ponselle la soprano statunitense che restituisce bene le atmosfere del primo novecento.
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Per concludere questo breve excursus nella canzone napoletana non si può non ascoltare “ ‘O paese do sole” e “‘O sole mio”,  in una strepitosa sintesi cantata dal tenore Mario del Monaco in una trasmissione RAI in Eurovisione del 1967.
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In un verso della prima canzone si rappresenta bene tutta l’atmosfera che abbiamo tentato di evocare in queste Note napoletane:
“chist’è ‘o paese addó tutt’ ‘e pparole
só doce o só amare,
só sempe parole d’ammore!”
(questo è il paese dove tutte le parole
siano dolci o siano amare
sono sempre parole d’amore)

Buon ascolto!

Rubrica a cura di Gaetano Sateriale