Il sogno di una vita

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di Antonino Spinella (Attadale, Australia)

Questo racconto è tratto dal testo con il quale Antonino Spinella ha partecipato al premio LiberEtà 2020

Sono nato il 20 ottobre 1931 a Oliveri, piccolo paese vicino al mare in provincia di Messina. Sono cresciuto lì fino all’età di 24 anni.

Il 22 settembre 1956 ho preso una nave a Messina e sono partito per l’Australia: la nave si chiamava “Australia”. Ho lasciato mia mamma sulla banchina che piangeva: non l’ho mai dimenticato.

Inizialmente ho fatto il fornaio, il cuoco alla Qantas, la compagnia aerea più grande in Australia e il muratore. Dopo tre anni e sei mesi, avevo comprato la casa più la macchina e una grande motocicletta: mi sentivo l’uomo più ricco del mondo, però i mio sogno era un altro: comprarmi una barca per tornare a fare il mio mestiere, il pescatore. Un giorno dissi a mio fratello Rocco: «C’è una barca in vendita». Era di legno, lunga poco più di dieci metri, con due stive per il pesce, circa tremila chili, in ghiaccio.

Per comprarla servivano quattromila sterline, allora con quella cifra si poteva comprare una casa. «Facciamo il contratto con i testimoni – disse il proprietario – ma mi dovete pagare la barca in quaranta giorni».

Era l’ottobre del 1964 quando firmammo il contratto; è stato il più grande rischio della mia vita e

l’ho fatto solo perché sapevo fare bene il mio mestiere.

Conoscevo le carte nautiche, ma allora in Australia non esistevano le carte nautiche per pescare nella zona che avevamo scelto, circa cento miglia da Darwin. Firmato il contratto andammo al porto ma la barca non c’era.

L’avevano presa gli aborigeni per andare all’isola di Melville, circa cinquanta chilometri da Darwin, a vedere le loro fidanzate. Riuscimmo a riprenderla il giorno dopo. Dovevamo preparare la pescata per l’indomani, ma la notte un temporale portò la barca sulla spiaggia con tutto l’ancoraggio.

Dovevamo aspettare che venisse l’alto mare per portarla fuori; mentre eravamo lì riconobbi da lontano il comandante della barca, un aborigeno. Appena mi vide scappò ma riuscii a fermarlo. Aveva paura ma gli dissi:

«Vorrei solo che tu venissi a pescare con noi». Mi confessò che non poteva perché lo cercava la polizia, cui doveva pagare una multa di sedici sterline.

Poiché non le aveva, rischiava la prigione, così lo portai dalla polizia e pagata la multa fu libero di venire con noi. Avevo il mio nuovo braccio destro, Harry Wilson, uno che conosceva tutti gli angoli di mare.

Dopo quaranta giorni pagammo il nostro debito con la vendita del pescato. Da allora ho fatto sempre il pescatore. Nei primi tre anni di pesca la mia ciurma comprendeva solo aborigeni; ho imparato tanto da loro.

Negli anni Sessanta, gli aborigeni non godevano degli stessi diritti degli altri australiani: erano esclusi da molti servizi, posti di lavoro, diritti lavorativi e diritti sociali. Io invece li pagavo come pagavo tutti gli altri; mi importavano solo l’abilità e l’entusiasmo. Un giorno venne a casa mia, per intervistarmi il direttore del giornale La gazzetta. Voleva sapere perché davo agli aborigeni la stessa paga dei bianchi. Risposi senza esitazione che lo facevo perché erano capaci di lavorare come i bianchi o meglio di loro. Non guardavo il colore della pelle per giudicare le persone.

A quei tempi parlare così non era facile. Lui pubblicò l’intervista e a distanza di sessant’anni ho ancora copie dell’intervista e i commenti a quell’articolo. Allora nessuno si azzardava a dire ciò che avevo detto io.