Il racconto. Le radici dell’ulivo

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Quando abbiamo acquistato la vecchia stalla in questo piccolo borgo della Lunigiana, A. è stata la prima persona che abbiamo conosciuto.
Eravamo fermi davanti all’entrata, chiusa alla bell’e meglio con una vecchia tettoia di zinco che fungeva da portone. Nonostante fosse estate, A. era vestito con un pantalone di fustagno, un piccolo gilet su una camicia di cotone e un cappellaccio sotto il quale si intravvedevano due occhi neri con pupille che sembravano due spilli.
Ci diede il benvenuto esclamando che era molto contento che una giovane coppia
fosse intenzionata ad abitare nel borgo. Nel ringraziarlo, ci scrutammo di sottecchi: da parecchi anni avevamo superato gli “anta” e anche i cinquanta.
Nel proseguire la conversazione, ci tenne a precisare che in gioventù aveva lavorato molto lontano dal borgo. Noi, per non essere scortesi, ipotizzammo prima alcuni nomi di città – La Spezia, Milano, Torino –, ma davanti al suo diniego passammo poi a Paesi stranieri: Germania, Svizzera, Belgio. Lui continuava a scuotere la testa, poi con un sorriso arguto disse di volerci dare un “aiutino”: Ciudad Bolivar.
Risposi immediatamente: Venezuela! Rimase inebetito e mi domandò: tù conoces Ciudad Bolivar?
Gli spiegai che anche io, insieme ai miei genitori, ero stato emigrante in Venezuela.
Da quel giorno, ogni qualvolta arrivavamo da Milano per vedere lo stato di avanzamento dei lavori della stalla ristrutturata in abitazione, A. era lì a raccontarci come gli operai della ditta avevano eseguito il lavoro e le difficoltà che avevano incontrato e a volte sfoggiava qualche frase in spagnolo per stupire la piccola platea di compaesani che come tanti umarell ( sfaccendati, in milanese) erano intorno a noi.

Quando cominciammo a ripulire il vecchio uliveto semi abbandonato, ci seguiva aiutandosi con un piccolo bastone lungo il pendio scosceso che un tempo era stato interamente terrazzato; e non smetteva di darci consigli utili in un lavoro che per noi cittadini era tutto da scoprire.
Un giorno, con faccia molto seria ci disse che eravamo fortunati ad avere quel vecchio uliveto e ce ne spiegò la ragione. L’uliveto in questione era stato piantato prima della seconda guerra mondiale e la sua particolarità, comune a tutte le coltivazioni di quel tempo, era che venivano piantate tre qualità di olive: “leccino”, “frantoiano” e “pendolino”.
La motivazione di questa presenza multipla era legata alla latitudine e soprattutto
all’altitudine a cui ci trovavamo: quasi ai confini con l’Emilia Romagna e a circa 600 metri di altitudine, praticamente ai limiti della possibilità di crescita degli alberi
d’olivo.
Subito dopo, mentre ci indicava con il bastone le tre varietà, aggiunse che le peculiarità racchiuse nella scelta dei vecchi contadini erano anche legate alle diverse strategie di sopravvivenza delle tre specie. Il copioso fogliame del “leccino” riparava le singole olive dagli acquazzoni e dalle nevicate; il “pendolino” aveva suoi rami spinosi rivolti verso l’alto perché utili in caso di ghiaccio, le “frantoiane” assicuravano la “resa” durante la frangitura.
Poi, con il suo sorriso arguto esclamò: ma la particolarità più importante è che questi tre tipi di olive, durante una buona annata, riescono a dare una corposità, un aroma e un sapore unico nel suo genere.
Infine ci fece notare un ultimo dettaglio: gli alberi dell’oliveto erano raggruppati in tre o quattro piante che spuntavano da grossi ceppi. L’inverno 85/86 era stato particolarmente rigido e aveva ghiacciato tutte le vecchie piante.
Per salvarle, si era presa una decisione radicale, tagliarle alla base, e questo accorgimento aveva salvato praticamente tutte le piante; così nei singoli ceppi, nella successiva primavera, avevano iniziato a germogliare dei polloni.
Ne furono salvati tre o quattro per ogni ceppo, ricostruendo la vecchia geometria delle piante. Io e mia moglie restammo in silenzio: in pochi minuti ci era stato illustrato un pezzo di cultura rurale che aveva reso possibile un perfetto equilibrio tra natura ed esigenze degli umani.

La prima volta che siamo andati al vecchio frantoio del paese è stato come entrare a far parte di un rituale ben preciso.
Le vecchie ruote in pietra giravano vorticosamente macinando le olive che passavano poi in un grande tubo che le impastava; alla fine del tubo un addetto spalmava la “pasta” di olive sui “fiscoli”, grandi dischi di fibra, che impilava poi con un gesto da maestro, in un grande cilindro; successivamente il cilindro veniva trasportato sotto un torchio, e lì cominciava piano piano a vedersi l’olio che colava in un corridoio di acciaio da cui spariva alla nostra vista, per riapparire da un rubinetto accanto dopo essere stato filtrato.
Agli antipodi del locale, nella parte più lontana e meno rumorosa, c’era un gruppo di vecchi contadini che mi aveva aiutato a scaricare i sacchi di olive in una vasca capiente per un’ultima pulizia prima della frangitura nelle macine.
Fecero passare tra le mani una manciata del nostro raccolto e assentirono, poi mi invitarono vicino a una piccola stufa a legna dove si scaldavano delle fette di pane e lardo. Un buon bicchiere di vino rosso suggellò questo primo incontro.
Intanto mia moglie, da buona pugliese, controllava tutte le fasi di lavorazione delle nostre olive e alla fine, quando dal torchio che spremeva i fiscoli uscirono le prime gocce d’olio, ne assaggiamo un poco immergendoci un dito e, successivamente, spalmato su fette di pane caldo lo compartimmo con gli altri contadini, come in un vecchio rituale.

Quest’anno, orribile per certi versi, ci ha regalato un raccolto strepitoso, con le tre qualità di olive che si sono perfettamente integrate tra di loro; così, nella spremitura sono riemerse le qualità che A. ci aveva indicato.
Ora mi trovo nel campo e i rintocchi delle campane della Pieve San Lorenzo mi indicano che è mezzogiorno. Dopo una manciata di secondi, anche le campane della Pieve di Codiponte scandiscono l’ora del mezzodì. Infine è la volta della Pieve di Offiano, quella più vicino a noi, riesco anche a intravederne il campanile e la facciata.
Dietro a quest’ultima Pieve si trova un piccolo camposanto, dove da qualche tempo è sepolto il nostro amico A. Penso a chi non c’è più, ma anche a chi ha scelto di vivere qui una nuova vita.

Negli ultimi anni, nel borgo, è arrivata una coppia di “veri” giovani insieme a due bimbe. Con la più grande, a volte mi sono soffermato a raccontare la storia del mio oliveto, tentando di passarle il testimone della cultura e delle colture che a suo tempo ci sono state affidate dal nostro amico A.
Non voglio idealizzare un passato che si è trasformato nel tempo. Negli anni successivi al dopoguerra, si è creata una prima frattura sociale che ha comportato l’abbandono delle zone rurali a favore dei grandi agglomerati urbani, soprattutto lungo le aree interne della dorsale appenninica. Una seconda frattura, tutt’ora in atto, si è creata negli anni Ottanta: quella generazionale. L’attuale pandemia, la seconda ondata più crudele della prima, può rendere irreversibile queste fratture.

Le montagne, o meglio le colline, sono abitate per lo più da pensionati e pensionate che nei piccoli borghi, in maniera molto tenace, mantengono vive le culture rurali e con alcuni lavori quotidiani contribuiscono a conservare una conoscenza e una cultura che altrimenti rischierebbero di scomparire.
Partecipano anche al piccolo volano economico che permette la sopravvivenza di aziende e attività commerciali nelle zone rurali producendo un reddito che in forma circolare resta nel territorio stesso.

È indubbio che, in un sistema globale come il nostro, sia impensabile che questo modello possa diventare prevalente, ma la pandemia attuale sta indicando che i grossi agglomerati di umani e di aziende con un forte impatto negativo nel territorio non possono rappresentare l’unica realtà economico-sociale.
Bisogna trovare un nuovo equilibrio: è in gioco la nostra sopravvivenza su questo pianeta.
Mi piace pensare che la storia vissuta personalmente non sia l’unica e che possa essere in atto un riequilibrio tra chi è costretto a vivere in città e chi può scegliere di abitare nei numerosi borghi semi abbandonati che punteggiano il nostro sistema collinare.
Ma, soprattutto, mi piace pensare di essere riuscito a passare il testimone che A. ci ha affidato, e penso alla bimba che abita nel borgo e che, utilizzando magari nuove tecnologie innestate nelle vecchie culture, potrà a sua volta tramandarli.
Si è fatto sera. Davanti al caminetto, aspetto che una fetta di pane si riscaldi, per poi condirla con un filo d’olio.
Guardo il filo d’olio e penso che possa essere uno dei “fili” che riannodi le fratture generazionali e territoriali create da un sistema di sviluppo sbagliato.

V.M.