Il paesaggio senza tempo dei moderni

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L’errore è di ritenere il paesaggio immutabile, mentre quello che possiamo fare oggi è guidarne l’evoluzione, in nome dell’equilibrio e dell’armonia. L’intervento di Giuseppe Barbera, professore di Colture arboree all’Università di Palermo. 

di Giuseppe Barbera*

A ben guardare, il paesaggio dei campi non ha tempo. Certo si riconosce se è quello dell’agricoltura intensiva, spietata con la natura e attenta prima di ogni cosa al mercato
e al profitto.

O, al contrario, è quello dell’agricoltura promiscua tradizionale, volto inizialmente all’autoproduzione (perciò particolarmente attento alla qualità) e sempre alla ricerca di un equilibrio che non sia solo economico, ma anche ecologico e culturale.

Qualunque paesaggio, comunque modificato, non riesce a nascondere la sua evoluzione.
Tracce di biodiversità passata rimangono nella natura che sopravvive alla monocoltura che lo vorrebbe piatto e uniforme come una tavola da biliardo, nei segni della storia che camuffa l’impatto delle tecniche colturali e delle trasformazioni fondiarie, nella memoria degli uomini che lo lavorano, lo vivono e lo visitano magari per una breve vacanza.

In “Storia del paesaggio agrario italiano” Emilio Sereni (al termine della seconda guerra mondiale ministro e padre della riforma agraria, ma che prima era stato partigiano
e insigne geografo) scrisse che il paesaggio agrario è la forma che l’uomo dà a quello naturale per le finalità produttive. E lo fa, scriveva, «coscientemente e sistematicamente»: cioè consapevole che il suo lavoro doveva non solo soddisfare le esigenze del presente, ma anche guardare alle necessità del futuro e che queste per essere, come oggi si dice, sostenibili (e quindi attente alle prossime generazioni) non dovevano mirare solo alla produttività ma (come in un sistema, appunto) anche alle altre funzioni dell’agricoltura: quelle ambientali e culturali.

Tutto questo si legge nei paesaggi storici o tradizionali sopravvissuti in molte aree interne, celebrati come di “commovente bellezza”, fino a chiedersi se, nel realizzarli con sudore e amore nei secoli, l’agricoltore non avesse in mente altro se non proprio la bellezza,
quasi fosse scopo principale del suo lavoro.

Ovvio, così non era, ma armonia ed equilibrio anche se non sono frutto di intenzioni estetiche, sono obiettivo comune a esse, per la capacità di produrre in sicurezza economica, produzioni buone e salutari.

Scriveva Pietro Calamandrei, del paesaggio collinare prossimo a Firenze: «Ormai è tutto corroso e restaurato dall’uomo ma non v’è linea o colore che non riveli il lavoro ben fatto di cento e cento generazioni, alle quali questo paesaggio ha dato il gusto dell’armonia e della gentilezza».

Di certo, negli ultimi cinquant’anni in gran parte d’Italia si è come ucciso, in nome del cemento e del profitto, il paesaggio della storia e solo negli ultimi anni è cresciuta una coscienza di salvaguardia. Giunta forse troppo tardi e con l’errore di di ritenere che
il paesaggio possa essere fermato a un certo tempo e non sia invece in costante
evoluzione.

Oggi questa evoluzione va guidata, in nome dell’equilibrio e dell’armonia ma considerando insieme le necessità economiche, ambientali e culturali. Bisogna prepararsi a nuovi
paesaggi – quelli dei cambiamenti climatici, delle fonti energetiche rinnovabili, dell’agroecologia – non delegando a studi, laboratori, uffici e decisori politici ciò che deve essere frutto di un impegno collettivo.