Il labirinto inestricabile dell’assistenza domiciliare

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Il servizio sulla carta esiste. Di fatto siamo ancora molto lontani dalla sua effettiva
applicazione. L’iter burocratico per accedervi è complesso e farraginoso e spesso
le persone fragili che ne hanno bisogno non sono in grado di intraprenderlo

Tra mondo ideale e realtà. «Abbiamo trovato Annamaria nel suo appartamento
in affitto, nel centro di Roma, in uno stato di abbandono. Ci aveva chiamato qualche giorno prima per chiederci un aiuto. In un mondo ideale il medico curante si fa carico dei pazienti non autosufficienti, controlla le analisi, richiede se necessario l’intervento dei servizi sociali o le visite a domicilio attraverso il centro di assistenza domiciliare (Cad).

Nella realtà, questo avviene raramente. Annamaria, ottantasei anni, ipovedente e malata di cuore, viveva relegata in un microcosmo privo di relazioni con il mondo esterno. La tessera sanitaria e la carta d’identità erano scadute, non sapeva cosa fosse lo Spid».

Questa è una storia di assistenza domiciliare con un lieto fine raccontata da una volontaria
della comunità di Sant’Egidio. Da alcuni anni, insieme al Cad e a un gruppo di volontari ha
tessuto una rete di protezione intorno all’ennesimo caso di mal funzionamento dell’assistenza domiciliare.

In Italia il servizio di assistenza domiciliare non è affatto omogeneo e presenta molte differenze: tra le Regioni, tra i Comuni e tra le aziende sanitarie

Il punto unico di accesso. Le cure per chi vive la condizione di Annamaria dovrebbero partire dal punto unico di accesso (Pua) – che dipende dall’azienda sanitaria – in collaborazione con il distretto sanitario e il municipio. Qui una squadra di medici, infermieri e operatori sociali dovrebbe valutare i bisogni e attuare il piano di assistenza integrata delle persone fragili residenti nel distretto sanitario. Non solo la terapia farmacologia, ma anche la condizione igienica, abitativa e familiare.

Di fatto, questo modello organizzativo è ancora sulla carta perché gli standard per l’assistenza territoriale – case di comunità, Pua e assistenza domiciliare – pur essendo stati normati, anche grazie al piano nazionale di ripresa e resilienza, sono lontani dall’essere attuati.

A macchia di leopardo. Sulla scorta delle esperienze di Regioni come l’Emilia Romagna, il Veneto e la Toscana, molti passi sono stati compiuti. Tuttavia, esiste un’enorme differenza
tra Regione e Regione, tra Comune e Comune e tra un’azienda sanitaria e un’altra.

In alcuni casi, con tutta la precarietà e la mancanza di continuità che ciò comporta, il punto unico di accesso sigla accordi con le associazioni di volontariato. Il problema è che i Pua
non si attivano autonomamente. Bisogna eseguire un iter burocratico che spesso le persone fragili non conoscono o non sono in grado di intraprendere.

La normativa non prevede una figura chiave nel sistema di assistenza: un operatore
pubblico che abbia la responsabilità di coordinare e facilitare i collegamenti tra il paziente e il sistema sanitario nazionale: dal medico di medicina generale agli specialisti, dagli uffici protesi alle forniture di farmaci, fino alle analisi a domicilio e la fornitura dell’ossigeno.
Che cosa accade quando una persona, per infinite ragioni, non è in grado di recarsi di persona al punto unico?

Oppure, quando i documenti per avere diritto alle prestazioni sociosanitarie sono scaduti o andati perduti?

La frammentazione dei servizi sanitari a domicilio in Italia non è facile da superare perchél’integrazione non è obbligatoria

La storia di Annamaria. «Sono rimasta sola al mondo dopo la morte di mio fratello, ma andava bene così. Avevo i miei libri e adoravo nuotare. Poi il buio è calato sulle mie giornate e non sono stata più in grado di salire le scale che portano al mio appartamento.
Improvvisamente mi sono sentita istupidita dalla paura.

Ho pensato: ora come farò?». Annamaria chiama un numero di telefono che le aveva dato
il cardiologo dell’ospedale Regina Margherita e grazie ai volontari della comunità di Sant’Egidio comincia a sentirsi al sicuro. «Quando sto male ora ho un appiglio, un aggancio diretto con la realtà che mi ha rimesso nel mondo. I volontari risolvono per me tutte le pratiche per avere i farmaci, fare le analisi e le visite mediche».

Cosa prevede la legge. La frammentazione dei servizi sanitari a domicilio in Italia non è facile da superare perché l’integrazione non è obbligatoria ma è consigliata. Perfino i medici del centro assistenza domiciliare, i servizi sociali e il medico curante spesso non parlano tra loro. Esistono alcuni grimaldelli normativi che potrebbero aprire delle brecce. Primo fra tutti il  decreto del presidente del Consiglio del 2017 sui livelli essenziali di assistenza (Lea).

La norma, per andare a regime, prevedeva un accordo, che non è mai arrivato, nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni, e a cascata tra le Regioni e i Comuni e, tra questi ultimi e le aziende sanitarie locali. Il recente decreto ministeriale 77 del 2022 – un impegno del Pnrr nei confronti dell’Europa – definisce la rete dei servizi territoriali e prevede la figura
di un infermiere comunitario ogni tremila cittadini, ma non prevede finanziamenti
aggiuntivi.

Lo stesso piano nazionale di ripresa e resilienza si pone l’obiettivo di offrire l’assistenza domiciliare al 10 per cento degli ultrasessantacinquenni, ma alcuni calcoli mostrano che soltanto per il personale infermieristico sarebbero necessari tra uno e mezzo e quattro miliardi di euro.

Infine, c’è il piano nazionale sulla non autosufficienza che stanzia un investimento,
certo non ingente, di 2,7 miliardi in tre anni che potrebbe garantire, nel 2023 e nel 2024, la creazione nei punti unici di accesso delle “unità valutative” delle persone vulnerabili e introdurre un unico referente per coordinare tutte le prestazioni sanitarie e sociali.

Non è di mia competenza. Il cambiamento è lento anche a causa della rigidità con la quale il personale sanitario interpreta il proprio ruolo. La tipica frase che sentiamo ripetere spesso «non è di mia competenza» ostacola la possibilità di risolvere tanti problemi.

Un atteggiamento collaborativo dovrebbe spingere nella direzione opposta: «Siccome non
è di mia competenza, cerchiamo insieme la strada per trovare la soluzione». Spesso però
il personale sanitario non è consapevole che farsi carico della soluzione dei problemi delle
persone è parte stessa della professionalità di un sanitario.

Il caso di Modena. Un modello avanzato di organizzazione dell’assistenza domiciliare, che non ha eguali in Italia, è invece quello descritto da Antonio Brambilla, già direttore generale della Ausl di Modena. «È stato adottato nei sette distretti dell’azienda sanitaria e in questo modo vengono seguite a domicilio undicimila persone non autosufficienti di ogni età.

La spina dorsale del sistema – spiega Brambilla – è il punto unico di accesso e al suo interno un centralino telefonico, il cosiddetto triage. Questo è operativo notte e giorno, per sette giorni alla settimana.

Chiunque può chiamare: il paziente in difficoltà, un familiare, un volontario, l’assistente sociale. Un infermiere valuta al telefono l’urgenza dell’intervento (che può essere perfino immediato), organizza l’attivazione dei servizi sanitari o sociali e, in seguito, la loro
gestione a domicilio».

L’articolo è tratto dal numero di febbraio 2023 di LiberEtà. Per abbonarsi alla rivista clicca qui