«Sembrava che il futuro fosse da costruire, da plasmare e tutti volevano partecipare a questa grande impresa». Così scrive Eugenio Vittorio Donise nel suo diario con il quale si è aggiudicato la prima edizione del premio Guido Rossa, il concorso promosso da LiberEtà e dallo Spi Cgil per ricostruire la memoria collettiva degli anni Sessanta e Settanta e per cercare di capire, attraverso i racconti di coloro che li hanno vissuti, cosa hanno rappresentato le lotte studentesche e operaie per la storia del nostro paese.
Ora pubblichiamo qui sul nostro sito il suo racconto in formato digitale, gratuitamente per tutti i nostri lettori. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Volevamo cambiare il mondo. «Alla fine degli anni Sessanta l’Italia era in fermento e tutte le classi sociali sentivano di voler dire qualcosa, qualcosa che avrebbe potuto migliorare il futuro. Sembrava che il futuro fosse da costruire, da plasmare e tutti volevano partecipare a questa grande impresa».

Eugenio Donise è oggi un ingegnere in pensione. Sono imbiancati i suoi capelli, i suoi figli gli hanno dato dei nipoti, ma mezzo secolo fa era uno di quei giovani che indossavano l’eskimo, la sciarpa rossa e «volevano cambiare il mondo». Come, lo ha descritto in Giovani, ribelli e sognatori, il racconto autobiografico con il quale si è aggiudicato il primo posto nel concorso dedicato all’operaio e sindacalista Cgil che in quegli anni – era il 1979 – non si piegò né alla paura né all’omertà di fronte alle Brigate rosse, pagando con la vita la scelta di non essere indifferente.

Da studente di scuola media superiore e poi da universitario iscritto alla facoltà di ingegneria, a Napoli Donise incrocia il vento di rinnovamento generale del paese, dalle proteste all’università alle manifestazioni insieme agli operai che chiedevano salari dignitosi, orari di lavoro meno massacranti, tempo per tornare a studiare e crescere. Nel racconto della sua vita privata e pubblica, passata nei collettivi studenteschi, con la paura di essere scoperto dal padre ex carabiniere, mentre i giorni sembrano non riuscire a contenere tutto ciò che gli accade, entrano come un coro le cronache degli eventi più importanti che hanno segnato l’Italia e il mondo: l’uccisione del Che, la guerra del Vietnam, il colpo di Stato nel Cile di Allende e quello dei colonnelli in Grecia, l’invasione della Cecoslovacchia da parte dei sovietici, la strategia della tensione. Ma anche la passeggiata di un uomo sulla Luna, le lotte per l’emancipazione delle donne e la rivoluzione musicale e dei costumi.

Contestazione totale. Leggendo il suo racconto si ha l’impressione di veder passare dinanzi ai propri occhi la storia di quegli anni. «Quello era il tempo della contestazione globale. Si contestava tutto, su tutti i fronti: dai diritti alla politica, dalla musica al cibo al modo di vestire. Allora indossavo il mitico eskimo verde… Avevo i capelli lunghi, una folta barba, jeans stretti e consumati e ai piedi le inseparabili Clark. Le ragazze indossavano minigonne oppure jeans stretti a zampa d’elefante, qualcuna indossava i primi abiti indiani che arrivavano in Italia e tra i capelli mettevano cerchietti colorati che si rifacevano allo stile dei figli dei fiori e di Joan Baez… L’abbigliamento diceva praticamente tutto per cui non c’era bisogno di presentarsi. Almeno non all’inizio, poi cambiò».

Tra repressione e terrorismo. Furono anche anni in cui i servizi segreti italiani e americani tramavano contro ogni forma di progressismo, e si respirava aria ricca di tensione e di repressione. Si moltiplicavano anche le sigle dei gruppi armati di destra e di sinistra e i loro atti terroristici, gli assassinii, gli attentati commessi sfregiarono il volto della partecipazione democratica di milioni di giovani e lavoratori e contribuirono non poco a spegnere le speranze di cambiamento che tante donne e uomini avevano sognato.

Una proposta inaccettabile. Un giorno accadde anche a Donise di incontrare chi voleva sovvertire lo Stato borghese a colpi di arma da fuoco. «Quando rientrai dal servizio militare, Filippo, collega universitario del politecnico e compagno del Movimento, mi chiamò in disparte e mi chiese d’incontrarci la sera. Ci vedemmo in una vecchia pizzeria semi deserta (…) e alla fine mi chiese se volevo aiutarlo in questa missione. Il gruppo avrebbe preso il nome di Nap (Nuclei armati proletari) e richiedeva che i suoi membri entrassero in clandestinità. Non credevo a quello che avevo appena sentito. In ogni caso rifiutai decisamente. Dopo qualche tempo, con alcuni amici arrivammo alla conclusione di appoggiare un partito parlamentare che poteva rappresentarci e in cui avremmo potuto continuare la lotta utile per la classe operaia. Volevamo farlo attraverso la partecipazione, la democrazia. Volevamo farlo ponendo attenzione ai nuovi problemi sociali che si andavano delineando, convinti che la rivoluzione poteva e doveva essere gestita dalle parole e dall’esempio, dalla propaganda e dalla cultura e non demandata alle armi, alle lotte violente. Stavamo intraprendendo a modo nostro la “via italiana al socialismo” come insegnato prima da Togliatti e poi da Berlinguer».

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