Giornata della memoria. La battaglia contro i pregiudizi inizia dalle parole

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La battaglia contro i pregiudizi inizia dalle parole. In occasione della Giornata della memoria che si celebra domani 27 gennaio per ricordare tutte le vittime della Shoah, vale la pena ripercorrere la storia di stereotipi che hanno contribuito ad alimentare uno dei più grandi orrori di sempre. Ma attenzione: mai abbassare la guardia. Gli stereotipi sono ancora tra di noi, più di quanto siamo portati a credere.

A spiegare in che modo è difficile abbattere pregiudizi profondamente radicati nel sentire collettivo e nella cultura condivisa è un agile libro dal titolo L’ebreo inventato. Luoghi comuni, pregiudizi, stereotipi edito da La Giuntina, a cura di Saul Meghnagi (pedagogista e consigliere dell’Ucei – Unione delle Comunità ebraiche italiane, già presidente dell’Isf e dell’Ires) e Raffaella Di Castro (filosofa e coordinatrice di progetti culturali e formativi per l’Ucei).

A distanza di settantasei anni da quel 27 gennaio del 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, non ci siamo ancora liberati di pregiudizi, modi di dire offensivi, allusioni, frasi fatte a carico degli ebrei. Non solo tra risorgenti e pericolosi gruppi antisemiti, ma anche tra la gente comune.

La quasi totalità degli ebrei vive oggi in società democratiche in cui oltre a sentirsi liberi cittadini come tutti possono anche coltivare e mantenere la propria identità, condividendo al contempo storia, lingua, usi ed esperienze dei luoghi in cui vivono. Eppure, resta viva tra molti di loro una sensazione di insicurezza legata a una difficoltà di reagire. Un sentimento comune che ha a che fare con lo “stare sulla difensiva” che non riguarda soltanto gli ebrei ma le minoranze tutte. Cosa fare allora?

Sicuramente si può partire dal linguaggio provando a destrutturare proprio quei luoghi comuni e quei pregiudizi che, in quanto pre-giudizi, si fondano su false credenze e dicerie. È ciò che prova a fare il libro curato da Saul Meghnagi e Raffaella Di Castro, snocciolando uno dopo l’altro, grazie ai contributi di studiosi di diverse discipline, quei modi di dire che hanno fatto dell’antisemitismo un’arma micidiale contro gli ebrei in primis e le minoranze in genere durante quella che è stata la pagina più buia del Novecento.

“Siete diversi. Siete avari. Siete chiusi”, o ancora “il vostro è un Dio della vendetta”, “vi considerate superiori”. Una a una queste false rappresentazioni vengono analizzate, se ne ricostruisce la genesi e il contesto storico in cui sono state formulate, e se ne mostrano i meccanismi reconditi e le contraddizioni intrinseche. Insomma, destrutturare per comprendere, comprendere per non avere paura dell’altro, per saper convivere, oltre qualunque stereotipo e discriminazione.

Il volumetto ha il pregio anche di spiegare alcuni caratteri fondamentali della cultura ebraica per avvicinare un mondo per molti sconosciuto e dunque, per questo, più temuto e temibile, soprattutto se alimentato soltanto dalla paura e dall’odio.

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente. Si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora a termine della catena sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.

Sono queste parole di Primo Levi a indicarci la strada. «Non vi è soluzione di continuità tra banali semplificazioni, dogmi, ghetti, Lager», scrivono Meghnagi e Di Castro nell’introduzione del volume. «La catena di cui parla il libro può essere interrotta solo smontandola e mettendola in tensione», per scoprire cosa si nasconde dietro i “sillogismi”.

Il libro L’ebreo inventato spezza la catena offrendo un orizzonte di pensiero che può essere l’unico possibile: quello della rispettosa convivenza tra le persone, del senso di comunità, del riconoscimento e rispetto reciproco. Quello della democrazia. Solo così si può rafforzare la cultura e la coscienza civile del nostro paese.