Addio al Lupo Marsicano. Una vita dalla parte del lavoro

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di Francescopaolo Palaia

Franco Marini nacque in Abruzzo, in un piccolo paese vicino L’Aquila, San Pio delle Camere. Ma da San Pio, si allontanò presto. Il padre faceva l’operaio nella fabbrica della Snia di Rieti e aveva sette figli da crescere. «Io il mare l’ho visto per la prima volta durante una gita dell’Azione cattolica a Silvi Marina. Sono stato a Roma per la prima volta nel 1950, con un viaggio organizzato dai “baschi verdi” cattolici. Il primo calcio a un pallone di cuoio l’ho dato nell’oratorio. I primi corteggiamenti li ho fatti nella mia parrocchia. Come potevo non essere democristiano?». «La mia è una famiglia di emigranti, come quasi tutte in Abruzzo. Mio nonno era andato in America cinque volte. Lavorava un paio d’anni e riportava un po’ di soldi per comprare un pezzo di terra». Nonostante le difficoltà economiche, Marini si laureò in giurisprudenza ed entrò nella Cisl. La montagna, però, gli è sempre nel cuore: è stato ufficiale negli alpini e ha praticato per anni lo sci alpinismo al Terminillo.

Fu Giulio Pastore a notare quel giovane e sanguigno sindacalista e a volerlo nel suo entourage. Da giovane, in pratica, fece il commesso viaggiatore della Cisl nelle unità sindacali di base di Rieti, l’Aquila, Agrigento, Biella. Insieme con Carniti, Crea e Colombo frequentò l’Istituto di formazione sindacale dedicato a Giulio Pastore. Lavora, poi, all’ufficio organizzativo e quindi guidò (anche se non era segretario generale) i dipendenti degli enti pubblici prima di entrare in segreteria confederale dove, parafrasando Filippo Ceccarelli «“depura” la Cisl di tutte le incrostazioni unitarie o fusioniste che dir si voglia».

Come Marini stesso ricorda: «Dopo il 1968 Luciano Lama disse di me a Bruno Storti: “Convinci quello o l’unità sindacale non la realizziamo”. In effetti più avanti, nel 1977, su dodici membri della segreteria della Cisl dieci furono favorevoli all’unità sindacale e a opporci fummo in due, io e l’unico repubblicano. Sostenevamo che l’unità sarebbe stata egemonizzata dal Pci e in congresso prendemmo il 44 per cento dei voti. L’unità sindacale non si fece».

Nel 1985 Franco Marini venne eletto segretario della Cisl. Succedette a Pierre Carniti, di cui era stato “aggiunto”. Il tandem aveva riunificato, dopo anni di scontri, l’organizzazione. Poi l’elezione di Marini la riportò in area democristiana. Si spese per ricucire l’unità sindacale con la Cgil dopo la rottura sul taglio della scala mobile, ma era un anticomunista viscerale: «Noi eravamo l’ala più a sinistra della Dc, la più vicina al mondo operaio, ma proprio per questo avevamo un rapporto molto competitivo con i comunisti».

Rimase alla guida della Cisl fino al 1991. Diversamente dal suo predecessore, Franco Marini era estremamente pratico. Nei confronti con il governo – in occasione delle leggi finanziarie – Marini non aveva remore a proclamare degli scioperi a sostegno di qualche misura a favore del lavoro o per modificare qualche norma giudicata troppo severa. Una volta Bruno Trentin gli diede del “venditore di tappeti”. Marini non se la prese. Si presentò ad un incontro tra le segreterie confederali omaggiando Trentin di un lussuoso volume illustrato sui tappeti. La vicenda si chiuse così (ma Trentin per tutta la durata della riunione sfogliò il volume con un interesse così finto da sembrare vero).

Alla morte di Carlo Donat Cattin, Marini prese il suo posto alla guida della corrente democristiana di Forze nuove e, poco dopo, entrò a far parte, come Ministro del lavoro, dell’esecutivo, chiamato da Giulio Andreotti interessato a ristabilire un equilibrio, nella sua compagine, tra le diverse correnti del partito.

Non ha mai temuto il conflitto. Alle assise Dc del 1984 in un’epica rissa sfidò l’allora leader Ciriaco De Mita. Ma in realtà il Lupo Marsicano si teneva lontano dai clamori, preferiva agire dietro le quinte senza dare neanche il tempo all’avversario di accorgersi che gli aveva dato scacco matto. “Franco è uno che ti uccide col silenziatore” diceva di lui Donat Cattin. 

Nel 1992 si candidò alla Camera facendo il pieno di voti: primo degli eletti con oltre 100 mila preferenze. Dopo Tangentopoli e il crollo della Dc si schierò con Buttiglione per la guida del Partito popolare italiano. Ma quando il politico-filosofo strinse il patto con Berlusconi, Marini, in contrasto con quell’alleanza, affidò il partito a Gerardo Bianco. Qualche anno dopo toccò a lui guidare i Popolari e ingaggiò un braccio di ferro con Romano Prodi resistendo al progetto dell’Ulivo, ma negò sempre l’esistenza di un complotto per far cadere il Professore. Con la stessa tenacia, una volta entrato nella Margherita, osteggiò inizialmente la nascita del Partito democratico, di cui poi invece divenne uno dei fondatori.

Nel 2006 venne eletto Presidente del Senato. Fu quella una sfida tra due ex grandi della Dc, perché a perdere per un pugno di voti fu Giulio Andreotti, sostenuto dalla Casa delle Libertà. 

Durante quei venti mesi di governo dell’Unione al Senato se ne videro di tutti i colori. La maggioranza aveva infatti solo due voti di vantaggio sul centrodestra. Marini spesso si trovò a dover censurare gli insulti contro la senatrice a vita Rita Levi Montalcini. In seguito alla caduta di Prodi il Presidente della Repubblica Napolitano gli affidò, alla fine del gennaio 2008, un incarico esplorativo per formare un nuovo governo finalizzato alla riforma elettorale. Ma il tentativo fallì.

L’ultima battaglia politica la visse nell’aprile 2013. Marini entrò, infatti nella rosa di candidati che Bersani propose a Berlusconi per la Presidenza della Repubblica. Il favore del Cavaliere ricadde proprio su di lui, che divenne così il candidato di Pd, Pdl e Scelta civica. Ma l’operazione andò male da subito: all’assemblea dei grandi elettori del Pd la corsa del Lupo Marsicano passò con 220 sì, ma ci furono ben 90 no e 21 astenuti. Renzi, che lo aveva già inserito nel calderone dei “rottamandi”, lo ostacolò apertamente. E così alla prima votazione oltre 200 franchi tiratori fermarono Marini a quota 521, molto al di sotto della soglia dei 672 voti necessari. Ma più che sufficienti per essere eletti al quarto scrutinio al quale però non arrivò, nonostante la sua ostinazione. Il ruolo di nuova vittima sacrificale del centrosinistra toccò a Prodi, impallinato dai famosi 101. La ferita gli lasciò un segno profondo: una operazione “volgare e ingiusta”.

Marini era a suo agio sia quando doveva placare gli animi in una assemblea in fabbrica che quando doveva cimentarsi in un congresso di partito: “Ero capace di duellare al microfono, dare la caccia ai delegati e tenere le fila dell’organizzazione contemporaneamente”.

Al centro della sua vita il lavoro e il valore della sua rappresentanza.