Farmaco di marca? No grazie. Ma in Italia il generico non decolla

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Sono trascorsi venticinque anni da quando sono stati introdotti in Italia, ma ancora non trovano ampio  consenso né tra i cittadini né tra i medici. Eppure il risparmio per una famiglia può arrivare all’80 per cento della spesa annuale per i medicinali

Stesso principio, stessa efficacia. Tachipirina o paracetamolo? Moment o ibruprofene? Aulin o nimesulide? La verità è che non c’è da scegliere, perché non c’è alcuna differenza tra le alternative proposte. L’unica valutazione che si offre ai pazienti/consumatori è semmai di tipo economico. Si tratta infatti degli stessi farmaci, con la stessa sicurezza e la stessa efficacia (è stata l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, a ribadirlo in più occasioni), solo che uno è quello di “marca” e l’altro è il suo omologo equivalente: ossia utilizza lo stesso principio attivo, paracetamolo, ibuprofene o nimesulide, nella stessa quantità e nella stessa forma.

Il mercato non decolla. I farmaci equivalenti, noti anche come generici, sono stati immessi nel mercato italiano ormai venticinque anni fa e a parità di efficacia sono l’opzione più conveniente per chi si deve curare, eppure al momento dell’acquisto non sono ancora la prima scelta degli italiani. Secondo i dati diffusi dal mensile Altroconsumo, l’uso del farmaco “no logo” in Italia è pari al 39,6 per cento, basso rispetto ad altri paesi come la Gran Bretagna (53,2%), la Germania (45,7%), la Francia (45,5%) e la Spagna (42,3%).
La diffidenza verso questi medicinali, però, non è soltanto dei cittadini italiani (soprattutto al Sud), ma anche dei medici che li prescrivono poco e dei farmacisti che non li consigliano o non li hanno in fornitura: sempre secondo quanto rilevato da Altroconsumo, nel 2020 il 39 per cento degli italiani ha dovuto acquistare un farmaco di marca perché quello equivalente non era disponibile in farmacia.

La campagna “Io equivalgo”. Proprio per incentivare l’uso di questi medicinali e colmare il vuoto di cultura e informazione nei loro confronti, Cittadinanzattiva – Tribunale dei diritti del malato, con il sostegno anche dello Spi Cgil, ha lanciato qualche anno fa la campagna “IoEquivalgo” che tra le altre cose si avvale di un sito web (www.ioequivalgo.it) e di un’applicazione da scaricare sul telefono nella quale è possibile trovare tanti dati, informazioni utili e risposte ai dubbi su questi medicinali.

Prezzo molto più basso. Una cosa è certa: a parità di cura, il farmaco equivalente comporta un notevole vantaggio per il portafoglio: le famiglie italiane che scelgono le specialità “no logo” possono arrivare a risparmiare fino a centinaia di euro l’anno. Innanzitutto perché il prezzo dei generici è generalmente più basso (circa il 20 per cento in meno) di quello degli omologhi di marca. Ma non è tutto: tra i farmaci essenziali (fascia A) ossia quelli a carico del Servizio sanitario nazionale, sono rimborsati interamente solo quelli più economici, mentre chi sceglie la specialità di marca è tenuto a pagare la differenza di prezzo di tasca propria. In soldoni, a parità di cura scegliendo i generici si può arrivare a spendere fino all’80 per cento in meno all’anno. Un risparmio non indifferente. Soprattutto di questi tempi.

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