Daniele, infermiere in reparto Covid. “Che follia il negazionismo”

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Quello degli infermieri è un lavoro più duro di quanto si immagini. E sono loro a restare accanto ai più anziani, ai più fragili, a chi in terapia intensiva, a causa del Covid-19, è solo in un letto di ospedale, senza l’affetto dei propri cari.

Pochi giorni fa eravamo andati in Lombardia. Nicola, giovane infermiere, ci aveva raccontato la sua esperienza. Stavolta scendiamo in Centro Italia, ad Albano Laziale, in provincia di Roma.
All’ospedale Regina Apostolorum,
struttura privata accreditata con il sistema sanitario nazionale, lavora Daniele.

“Nel reparto Covid il lavoro è molto duro. Bisogna arrivare in ospedale prima dell’inizio normale del turno. Mezz’ora è dedicata alla vestizione”. Daniele si sveglia alle 5 per iniziare a lavorare alle 7. “Dobbiamo seguire una procedura precisa in un ambiente isolato. Poi, vestiti con tuta, mascherina, guanti, visiera e occhiali entriamo nel reparto Covid e non usciamo più, fino alla fine del turno”. Per riposarsi o per andare in bagno, bisogna spogliarsi e poi ricominciare la procedura daccapo. Quindi, le pause sono ridotte al minimo. “Una volta vestiti non possiamo toccarci più nemmeno un orecchio, perché il rischio di contaminazione è altissimo”.

Per ridurre almeno parzialmente il pericolo di contagio, ai pazienti gli infermieri fanno indossare la mascherina chirurgica prima della visita. “Entriamo da soli, facciamo ciò che va fatto e usciamo. Non si va più da un paziente insieme ai colleghi o ai medici”, spiega Daniele, “tutto deve ridursi al minimo contatto”.

Ma il problema non è soltanto lo stress e la fatica fisici. “Ci si abitua a tutto. Si studiano linee guida e si mettono in pratica”, dice Daniele. Ma è il fronte psicologico quello più complicato. “Dentro il reparto perdiamo la cognizione del tempo. Non possiamo guardarci in faccia, non possiamo guardare un orologio. Infatti, ora ne abbiamo appeso uno alla parete, è come se fosse tutto sospeso”.

La difficoltà appartiene anche ai pazienti. “Non ci riconoscono e anche loro perdono la dimensione dello spazio e del tempo. Qualcuno riesce a riconoscerci dalla voce”. Ma è poco, davvero troppo poco per mantenere un legame con la realtà. “Perdono totalmente il contatto con la famiglia. Certo, qualcuno ci può parlare al telefono. Ma solo chi sta un po’ meglio. L’anziano che sta a letto non può nemmeno accenderlo un telefono. A volte mettiamo i nostri cellulari dentro buste di plastica protettive e li facciamo chiamare con quelli, magari riusciamo anche a fare una videochiamata”.

Le parole di Daniele raccontano di una solitudine imposta dal virus: “I pazienti non hanno nulla e anche i parenti possono dar loro il minimo indispensabile”. I vestiti vengono buttati. Troppo complicato sarebbe sanificare tutto. “Poi quando devono uscire dall’ospedale, e quando accade siamo felici perché vuol dire che sono guariti, li vestiamo con i vestiti che i parenti portano all’occorrenza, in un ambiente protetto”, spiega.

E poi c’è la fatica fisica. “Lavorare dentro una tuta di plastica è faticoso. Quando me la tolgo, sono fradicio”. Ma il sudore passa, la fatica anche. Ciò che non passa è il trauma psicologico. “Queste sono cose che superi soltanto dopo mesi, forse anni. Accumuli e accumuli… Non è una vita normale questa. Non è un lavoro normale questo. Tanti miei colleghi si sono rivolti a psicologi e psichiatri”. Anche perché c’è il rischio del contagio: “Dobbiamo imparare a convivere con il rischio. Per fortuna veniamo controllati spesso. Ma per quanto puoi stare attento, in un ambiente così, puoi ammalarti. Molti colleghi vanno a dormire in un’altra casa, quando possono. O in un altro piano, così si isolano dal resto della famiglia”. Si smette di abbracciare figli, mariti, mogli. Daniele si stente fortunato perché la sua compagna fa lo stesso lavoro in un reparto Covid”.

Il pensiero va a tutti i pazienti che se ne sono andati. “È terribile vedere una persona quando non ce la fa, soprattutto chi ha patologie pregresse. Oggi per fortuna la situazione è un po’ migliorata. Sono di più le persone che guariscono. Ma la degenza è lunghissima. Ci sono persone anche molto giovani che dopo venti giorni devono ancora indossare il casco. E attraverso quel casco ci devono anche bere e mangiare, ovviamente con il nostro aiuto”.

Daniele il negazionismo non lo può nemmeno sentir nominare. “Io guardo i malati tutti i giorni negli occhi. Il negazionismo è inaccettabile. È un’imperdonabile forma di ignoranza”, dice un po’ arrabbiato.

Quando la pandemia è iniziata l’ospedale non aveva un reparto di isolamento. “Lo ricordo bene quel momento. Era il 20 marzo e in una sola notte facemmo ben venti ricoveri, un numero che di solito si fa in una settimana. Fu una brutta nottata, si dovette far fronte a una serie di problematiche mai immaginate prima e con una buona dose di stress”. Pochi giorni dopo fu la volta dei giovani che erano sulla nave da crociera ferma a Civitavecchia.

Oggi le cose sono diverse. “Abbiamo accumulato esperienza e sappiamo gestire meglio l’emergenza. Sappiamo meglio come organizzarci. Dobbiamo ringraziare soprattutto l’ospedale Spallanzani che ci ha fornito preziose linee guida”.

Il Regina Apostolorum di Albano Laziale non è solo Covid. “Stiamo cercando di gestire anche tutte le altre emergenze. Ci sono molti pazienti oncologici che devono poter avere un punto di riferimento. E questo è molto importante. Nella prima fase invece era stato tutto chiuso”.

Le cose devono andare avanti. Ma non per Daniele e i suoi colleghi. “Io non ho mai abbassato la guardia. Nemmeno durante l’estate. Il pericolo di poter contagiare gli altri ti resta appiccicato addosso, sempre. La paura, l’ansia, lo stress te li porti dietro”. Come si fa a non arrendersi? “L’importante è non pensarci. Fare le cose con rigore e secondo le procedure e non fermarsi troppo. Se ci pensi troppo, è la fine”, dice.

Incombono anche i problemi pratici, legati ai contratti e all’organizzazione sanitaria: “Abbiamo lavorato 14 anni senza contratto. Ora a causa del Covid finalmente ce l’abbiamo. I problemi del sistema sanitario sono tantissimi. Bisogna risolverli in tempo di pace però, non quando fuori c’è una guerra spietata”.

Di sicuro quel che è certo è che durante la pandemia gli infermieri come Daniele hanno dovuto fronteggiare tante difficoltà, tra cui anche la scarsa lungimiranza delle scelte prese ai vertici. “C’è un enorme problema di organizzazione. All’inizio della pandemia arrivarono dispositivi di protezione individuali inutilizzabili. Mascherine e guanti che non andavano bene. Dovrebbero interpellare di più le persone che poi lavorano sul campo”.