Autonomia energetica: Il futuro è nelle rinnovabili

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L’accordo con l’Algeria non fa che confermare che il nostro paese dipende troppo dalle forniture estere di gas e petrolio. Questo ci espone a numerosi rischi, come accade in questi mesi anche a causa del conflitto tra Russia e Ucraina. Per uscire dalla dipendenza energetica, bisogna puntare con più decisione sulle rinnovabili.

di Leonardo Becchetti*

Le cause strutturali della crisi energetica di questi mesi risiedono nella dipendenza dalle fonti fossili (petrolio e gas) che non produciamo in quantità sufficiente in Italia. Di- pendiamo dai prezzi internazionali e da forniture che arrivano da paesi terzi. I prezzi del gas sono stati bassi per molto tempo, ma recentemente la domanda internazionale è aumentata per sostituire il carbone, cioè la fonte di energia più inquinante. In particolare,

è aumentata significativamente la domanda cinese. Inoltre, ci sono stati problemi nella fornitura di gas dalla Russia, paese dal quale dipen- diamo per il 40 per cento del nostro fabbisogno. L’aumento della domanda a livello globale è dipeso anche dalla forte ripresa dell’attività economica post inizio pandemia. Con l’inasprirsi della crisi e l’invasione dell’Ucraina è emerso un paradosso: il prezzo del gas è esploso, la Russia fa maggiori profitti e migliora la sua bilancia dei pa- gamenti. Vogliamo imporre sanzioni, ma in realtà con la nostra bolletta della luce stiamo finanziando i carri armati di quel paese.

Gli anni Settanta. Questa non è la prima grande crisi energetica della quale soffre l’Occidente. La più nota è certamente quella degli anni Settanta, quando i paesi dell’Opec (il cartello che raccoglieva la maggior parte dei produttori di petrolio) decisero di ridurre l’offerta per far salire i prezzi. Così questi quadruplicarono e aumentarono in due diversi momenti (1973 e 1979) e la risposta dei paesi occidentali fu la cosiddetta austerity e l’indicizzazione dei salari al prezzo dell’energia. Si aprì la strada a un periodo di forte inflazione. L’Opec cambiò politica negli anni Ottanta perché capì che tenendo i prezzi così alti avrebbe favorito processi di ristrutturazione industriale che, a loro volta, avrebbero ridotto la dipendenza dell’industria occidentale dal petrolio.

Questioni di clima. La situazione attuale si discosta da quella degli anni Settanta. Tra le cause, ad esempio, dobbiamo annoverare anche la questione climatica, ma la transizione ecologica sarà alla fine la soluzione del problema.

Dobbiamo necessariamente muovere da un mondo dove le fonti principali erano carbone, petrolio e gas a uno dove le fonti principali saranno le rinnovabili. Dobbiamo farlo perché le fonti fossili sono le principali responsabili delle emissioni di anidride carbonica che hanno prodotto il riscaldamento globale e sono anche una causa importante del- l’inquinamento dell’aria che è la seconda causa di morte per malattia nel mondo. Con le rinnovabili il nostro paese non dipenderà più dai capricci dei prezzi di gas e di petrolio e il “combustibile” per produrre energia (sole e vento) sarà di- sponibile gratuitamente e non ci sarà fornito da Putin. I costi saranno quelli della costruzione, gestione e sostituzione degli impianti.

Le conseguenze. Al conflitto armato i mercati hanno reagito negativamente ma non come avremmo immaginato. Una delle loro caratteristiche è quella di anticipare gli eventi e l’invasione del- l’Ucraina era stata in un certo modo messa in conto facendo aumentare il prezzo del gas prima dell’ invasione stessa. Se le previsioni meno pessimistiche verranno confermate, le sue conseguenze saranno contenute. L’inflazione si rivelerà transitoria. D’altronde, al netto della componente energia, essa è ancora molto bassa e in Italia sotto l’obiettivo del 2 per cento della Banca centrale europea. L’impatto sulla crescita sarà di qualche decimo di punto. Ma tutto dipenderà dall’evolversi della crisi ucraina.

La lezione. Ovviamente, dobbiamo tenere presenti anche la situazione in-ternazionale e le questioni di geopolitica. La lezione che arriva da questi mesi di tensioni è che dobbiamo diminuire la nostra dipendenza da un’unica fonte di energia o da un unico fornitore. Per il gas, ad esempio, dobbiamo diversificare l’approvvigionamento contando sul ga- sdotto Tap e su quello che ci collega al- l’ A lgeria, oltre alle forniture di gas liquefatto che arrivano via mare dagli Stati Uniti. La dipendenza dal gas russo va ridotta il più possibile per motivi che ormai appaiono chiari e per ridurre il potere di condizionamento di un dittatore pericoloso come Putin, l’Unione europea deve realizzare una politica più accorta di gestione delle scorte.

I rimedi. Queste situazioni di crisi non hanno soltanto costi globali, ma pesano sui bilanci delle famiglie e delle imprese. I rimedi pubblici di breve termine sono stati gli aiuti in bolletta per i ceti più deboli e per le aziende energivore che sono costati tra i cinque e i sette miliardi. Ma non si tratta di una soluzione efficace sul lungo periodo. Quella vera e strutturale – insisto – è ridurre la nostra dipendenza dal gas e dalle fonti fossili. Tra l’altro, è questo l’obiettivo della transizione ecologica: dimezzare le nostre emissioni nette entro il 2035, e azzerarle entro il 2050. Già oggi abbiamo gli strumenti per ridurre questa dipendenza. Per il riscaldamento domestico dobbiamo passare dalle caldaie a gas alle pompe di calore che non producono emissioni né polveri sottili. Per la mobilità urbana alle vetture elettriche, ibride o plug in o a tutti quegli standard che riducono il consumo di fonti fossili. Le tecnologie ci sono. Dobbiamo accelerare. Siamo l’Arabia Saudita del sole e del vento e arriverà il momento nel quale dovremo e potremo valorizzare e sfruttare questo nostro vantaggio competitivo.

*Leonardo Becchetti è docente di economia politica presso l’Università di Roma Tor Vergata