25 aprile. Aldo Tortorella: io, giovane presi le armi

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La corruzione del regime fascista, la guerra, la fuga del re complice di Mussolini, l’esercito abbandonato e allo sbando, l’amore per una libertà sempre negata: ecco che cosa indusse tanti giovani a entrare nelle file della Resistenza

È stato manifestato da studiose e studiosi della storia italiana stupore per la partecipazione alla guerra di Resistenza antifascista del 1943-45 di tanti giovani cresciuti sotto il fascismo. Mentre le precedenti generazioni di oppositori al regime mussoliniano avevano conosciuto la democrazia, e quindi poteva essere comprensibile la loro (certo non facile) scelta di lotta per quelli che la fecero. Ma la generazione degli anni Venti del secolo passato aveva vissuto sin dall’infanzia sotto il fascismo – nella scuola o nel lavoro operaio, contadino o impiegatizio che fosse – e aveva conosciuto soltanto la propaganda di un regime che aveva le sue spie dappertutto, che negava qualsiasi libertà di opinione e di stampa, che sottoponeva a censura la produzione cinematografica, mentre la radio era tutta statale e in prima linea nella propaganda fascista. È stato logico, dunque, chiedersi come accadde che tanti si impegnassero nella Resistenza, ponendo a rischio la vita, che molti, purtroppo, perdettero in montagna o nelle città.

Soprattutto nelle zone “rosse” alcuni avevano avuto i padri più o meno tacitamente antifascisti o, addirittura, legati a qualche organizzazione clandestina che sopravviveva (socialisti, cattolici, azionisti, repubblicani, ma soprattutto comunisti). Ma si trattava comunque di minoranze, perché (va detto con sincerità) era stato vasto il consenso al fascismo e alle sue guerre.

Al contrario, i ragazzi divenuti maggiorenni e poi uomini o donne sotto il fascismo incominciarono a vedere l’improvvisazione, la corruzione, le vergogne degli interventi armati in cui i più adulti furono chiamati contro la Francia, contro la Grecia, infine contro la Russia allora sovietica. E infine videro lo sfascio del regime, la fuga del re complice di Mussolini in tutti i suoi reati, la dissoluzione dell’esercito abbandonato dai suoi capi supremi, la resa ai nazisti con la resistenza solo di qualche eroico reparto e dei primissimi resistenti.

Le parole degli antifascisti che alcuni avevano già nel cuore per la capacità dei loro maestri (io fui uno di questi grazie all’incontro con un giovane professore antifascista e poi con Antonio Banfi grande studioso e filosofo comunista) divennero popolari. Il fascismo aveva significato la retorica nazionalista con l’ostilità verso gli altri popoli, il razzismo antiebraico, la fine delle libertà democratiche, l’esaltazione della violenza e della guerra. Fu chiaro ai molti ciò che era stato chiaro ai pochi. Il fascismo era stato un bengodi per le classi possidenti, qualche mancia ai lavoratori e ai più poveri unita allo sfruttamento più duro nelle fabbriche e nei campi. L’Italia era rimasta un paese arretrato. Nel Mezzogiorno addirittura c’erano plaghe di fame endemica.

La lotta divenne un dovere. Io stesso, nato nel secondo semestre del 1926, non ero chiamato alle armi neppure nel 1944, ma mi sarei considerato una vergogna se non avessi partecipato alla lotta come i miei compagni appena più grandi che rischiavano il doppio, facendosi disertori e partigiani. Venne il carcere, la fuga organizzata dai compagni, la continuazione della lotta in una città diversa da quella dell’arresto dove dovevo riorganizzare e riorganizzai il Fronte della gioventù. Fu innanzitutto una grande scuola di umanità. Perché questo è l’antifascismo in primo luogo: non qualcosa “contro”, ma una cosa “per”. Per la pace, per la giustizia sociale, per la libertà di ciascuno e di tutti, per l’uguaglianza, per la liberazione delle donne da vincoli secolari di dominio maschile capace soltanto di costruire un mondo di ingiustizia, di violenza e di guerra. Questo dovrebbe essere il significato della parola umanità. Che imparai allora e ho cercato di non dimenticare.