domenica 23 Giugno 2024
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1960-2021, generazioni a confronto sul canale Instagram dello Spi Cgil

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1960-2021, generazioni a confronto sul canale Instagram dello Spi Cgil

Dall’eskimo ai tatuaggi, dalle musicassette alla musica in affitto su Spotify: faccia a faccia tra chi aveva vent’anni tra il 1960 e il 1970 e chi i suoi venti li vive oggi. Il confronto è andato in onda su Boom, lotte, bombe e rock’n’roll (@boom_ita), il nuovo account Instagram del sindacato pensionati della Cgil nato per raccontare gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, segnati da profonde trasformazioni sociali e da conquiste, dall’avvento dei movimenti giovanili ma caratterizzati anche da tensioni, stragi e terrorismo.

L’iniziativa è frutto di un processo di innovazione che lo Spi Cgil conduce già da qualche anno attraverso un uso dei social, con l’obbiettivo di favorire il dialogo intergenerazionale.

«Vogliamo parlare con i giovani di un periodo significativo nella storia del nostro Paese – ha spiegato il segretario generale dello Spi Cgil Ivan Pedretti presentando l’iniziativa – e per farlo abbiamo deciso di confrontarci su un canale social che i ragazzi usano con grande disinvoltura».

È così che sul canale Instagram Boom sono uscite cinque clip realizzate insieme ai ragazzi di Scomodo, rivista pubblicata da studenti under 25 e stampata mensilmente in 7.500 copie. I ragazzi non avranno forse l’afflato rivoluzionario dei loro coetanei di cinquant’anni fa ma il loro impegno è notevole e lo dimostrano con le loro iniziative così come nel confronto tenuto su Instagram con i pensionati Spi su informazione, sessualità, politica, musica e abbigliamento.

Nella clip Avanti Pop, Rolando, 66 anni, incontra Jacopo, studente di ventidue anni, per parlare di una passione comune, la politica. Entrambi hanno cominciato a 14 anni: il primo con gli anarchici, poi con gli extraparlamentari, infine in Fgci nel 1976. Jacopo invece ha mosso i primi passi tra collettivi studenteschi e all’interno del centro sociale La strada, nel quartiere Garbatella, a Roma. Oggi è responsabile, nella capitale, di Scomodo.

I cinque minuti scarsi di video volano verso un epilogo che allo stesso tempo segna una distanza e un passaggio di testimone.

«Ho sempre vissuto il rapporto con la tua generazione – confessa Jacopo a Rolando – con diffidenza». «Hai ragione – gli fa eco Rolando – spesso le vecchie generazione fanno da tappo in politica. Dovete scardinarlo, fregandovene dei muri che vi vengono costruiti intorno. Ma perché – chiede – i giovani non lanciano i loro segnali di ribellione sociale?»

«La mia generazione – è la risposta di Jacopo – non lancia grida organizzate. La sofferenza, la solitudine, lo stress, l’ansia che viviamo sono lo specchio di una condizione di malessere diffuso a cui proviamo a rispondere anche attraverso forme di aggregazione e partecipazione come Scomodo, che non è solo una rivista ma un luogo di promozione sociale e culturale. Per noi tutto questo è politica».

La moda è invece il tema dalla clip Ma come ti vesti. Di fronte, Giancarlo De Carli, 73 anni, e Davide, 26 anni, graphic designer nel campo della musica, della moda e sottocultura. Davanti allo specchio provano diversi capi di vestiario e alla fine ognuno si mette letteralmente nel panni dell’altro: cappellino e giubbetto hip hop per Giancarlo, sciarpetta al collo e look anni Settanta per Davide. Negli anni settanta, ricorda Giancarlo, l’abito faceva il monaco. «Se portavi l’eskimo è perché ti identificavi con i valori della sinistra. Fu una rivoluzione: avevamo scoperto che potevamo essere diversi anche nell’abbigliamento perché fino ad allora dominava il grigio della giacca, dei pantaloni e anche della cravatta». Se il 1968 segna un periodo di rottura con tutti i canoni precedenti, oggi… è di nuovo così, osserva Davide, passato dai giubbotti in pelle tappezzati di borchie al look hip hop. «Ma – dice – oggi non c’è più il rischio di finire in una zona della città ed essere frainteso dal punto di vista del messaggio politico. Cosa che avviene invece nell’ambito della sessualità. A me piace il rosa e spesso mi sono sentito osservato senza motivo». «Figurati ai miei tempi – lo rassicura Giancarlo – ma oggi va molto meglio».

Sulla sessualità hanno invece discusso insieme Lucilla, 70 anni, ex funzionario all’università e Pietro, 24 anni, attore e attivista per i diritti delle persone Lgbt+. «Ho iniziato il mio impegno a 15 anni perché proprio a scuola ho subito un attacco omofobo. Da lì ho capito che potevo mettermi in discussione perché tra tante altre persone ero privilegiato ad avere una famiglia che sapeva tutto e mi supportava». «La mia famiglia tutt’altro – rivela invece Lucilla – c’era un autoritarismo, una repressione allucinanti. Ho sentito parlare di omosessualità molto tardi e non certamente dai miei». Ancora oggi non si è distanti dalla realtà di Lucilla e lo riconosce anche Pietro che aggiunge: «Dovremmo tornare a essere più radicali. Questa rivoluzione gentile è troppo gentile».

La mia prima Insta story è il titolo della clip che ha per protagoniste due donne che, a parte l’età – ventidue anni per Marta, responsabile della redazione di Scomodo, a Torino, 67 per Bruna – hanno più di qualcosa in comune. Ambedue hanno hanno acquisito esperienze nel campo dell’informazione, ad esempio, ma Bruna ha lavorato solo con i giornali stampati, Marta invece, che ha oggi vent’anni, usa un ventaglio di mezzi di informazione impensabili mezzo secolo fa. Non che i sessantenni siano lontani dall’uso dei social però l’approccio non è mai dei più semplici. Il finale del video è in questo senso emblematico, con la giovane che insegna alla “collega” come si fa a pubblicare una storia su Instagram.

Infine la musica, con la clip Figlio mio trap reaction. «Se a vent’anni avessi avuto accesso a Youtube sarei stato il ragazzo più felice del mondo», ammette Adriano, 56 anni, appassionato di musica, mostrando a Federico, musicista ventenne, genere, tiene a precisare, «ironico-trap», una musicassetta che il ragazzo naturalmente non ha mai usato. Appaiono i dischi in vinile di Eugenio Finardi – non lo conoscevo, ammette Federico, ora che l’ho ascoltato lo cercherò –, l’album di Paolo Pietrangeli Mio caro padrone domani ti sparo. «Allora la musica arrivava finanche a condizionare la politica in termini generali, osserva Adriano. Non è così per la musica trap, aggiunge Federico. « Anzi, è il contrario, legata com’è al consumo in generale. C’è sempre un riferimento alla ricchezza come condizione per uscire dai ghetti della vita. Non è un messaggio che mi sento di condividere». C’è però una cosa che entrambi condividono: comprare la musica su supporto fisico perché allontana dalle dinamiche legate al digitale come, ad esempio, l’utilizzo degli algoritmi quando sulle piattaforme dedicate si ascoltano dei brani. Un meccanismo che non permette di conoscere musica nuova. Tecnologia sì ma da fruitori consapevoli.