Un’idea di pace. Le non scontate riflessioni di Susanna Camusso in un libro edito da Strisciarossa

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Viaggia in direzione ostinata e contraria sin dal titolo, Facciamo pace, il volume che Susanna Camusso ha scritto insieme ad Alterio Frigerio e Roberta Lisi e che è appena stato pubblicato dalla casa editrice Strisciarossa (pagg.136, euro 14,25). Perché questo non sembra affatto il tempo dei costruttori di pace quanto piuttosto dei pistoleri che rispondono ai banditi, il tempo che seppellisce sotto le urla dei civili terrorizzati e sotto il martellare dei bombardamenti ogni proposta di cessate il fuoco, di confronto, di ripristino di qualsivoglia relazione.

Stavolta non siamo neanche spettatori o protagonisti di conflitti in atto in luoghi lontani: stavolta la guerra ce l’abbiamo di nuovo in casa, come accadde nell’ex Jugoslavia dal 1991 al 2001 e come sta accadendo da oltre un anno nell’Ucraina, sottoposta all’attacco criminale dei russi.

Più che stabilire, però, torti e ragioni – non c’è alcun dubbio che sia Putin il principale responsabile e che gli ucraini abbiano il diritto di difendersi e di resistere agli attacchi russi anche grazie agli aiuti militari giunti sinora dai paesi della Nato –, per Susanna Camusso, prima donna a ricoprire il ruolo di segretaria generale della Cgil, oggi senatrice della Repubblica tra le fila del Pd, è importante invece approfondire, analizzare e comprendere le ragioni per cui in questa epoca si è tornati, al contrario di quanto auspicava l’ex presidente della Repubblica Sandro Pertini, a svuotare i granai e a riempire gli arsenali. Così come centrale nel libro è la ricerca del perché l’Europa abbia abdicato completamente al compito di favorire l’apertura di un negoziato tra le parti, di un cessate il fuoco o l’avvio di vere iniziative di pace.

In questi anni – la fonte è Sipri, il prestigioso istituto svedese per il disarmo voluto da Olof Palme – le spese militari sono aumentate costantemente fino a superare la stratosferica cifra di 2mila miliardi di dollari. Tutti hanno via via aumentato le spese militari: Stati Uniti, Cina, Russia, India, Europa. Da ricordare però che il 40 per cento della spesa militare è degli Stati Uniti, mentre l’Unione Europea, complessivamente, ha una spesa militare superiore di tre volte a quella della Russia. Ma i dati non finiscono qui: negli ultimi sedici anni la percentuale della popolazione mondiale che vive in Paesi di democrazia compiuta è scesa dal 46 al 20 per cento.

Se la guerra in Ucraina ci colpisce perché è appunto prossima alle frontiere europee, basta allungare un po’ lo sguardo per scoprire che sono almeno 150 i conflitti e le aree di crisi in atto nel pianeta, dalla Siria allo Yemen, dalla Libia all’Afghanistan, dall’Etiopia alla Palestina, dal Sudan al Congo, nel Centro America o nel Sud Est asiatico, spesso in regioni cruciali per gli equilibri dell’Italia e dell’Europa.

Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, le condizioni di vita di tante persone stanno peggiorando e i piani della già debole ripresa e la lenta uscita dalla pandemia sono stati seriamente compromessi. Si è di fronte a un drammatico aumento dei costi di tutte le materie prime, è in atto una crisi energetica senza precedenti e siamo di fronte a un costante processo di impoverimento destinato a durare nel tempo. La prosecuzione della guerra, sommata alle conseguenze del cambiamento climatico e all’acuirsi delle disuguaglianze, sta portando con sé, a livello nazionale come a livello globale, una condizione economica e sociale a dir poco incerta.
«Quella che vive l’Europa – mette in evidenza Camusso – è una crisi di sicurezza perché è venuta meno la dimensione della pace, ma è anche la crisi del patto tra capitale e lavoro che ha dato vita al welfare ed esisteva in quanto basato su una straordinaria, fortissima responsabilità pubblica. L’Europa è nata su quel patto, ma ora si è rotto e, a proposito di pensiero breve, non se ne vuole nemmeno discutere».
Nel modo di ragionare collettivo, osserva l’ex leader della Cgil, è come se conoscessimo la guerra ma non la pace. Esattamente l’opposto di quello che predichiamo. Siamo capaci di descrivere la guerra, non sappiamo descrivere la pace. Affermiamo di essere contro la guerra e a favore della pace, ma non dimostriamo la necessaria consapevolezza su come si scatena una guerra, chi la vuole provocare e chi la vuole fermare.

Oggi si parla tanto di guerra, osserva Camusso, perché l’Europa è direttamente coinvolta. Il grande movimento contro le due Guerre del Golfo, ricorda, è stato possibile e così vasto perché sosteneva che si può vivere senza la guerra, si può cancellare la guerra dall’orizzonte. Ma quando l’Europa ha attraversato la guerra dei Balcani, non ci ha riflettuto, non l’ha interiorizzata come evento che strideva pesantemente con l’idea stessa di essere il continente che poteva superare l’uso della guerra come strumento risolutore dei conflitti.

È un po’ come se l’Europa non avesse un’idea della pace. «Prova un sentimento d’amore per l’essere stata in pace – precisa Camusso – nutre la convinzione che nulla possa rompere questo equilibrio, ma non ha un’idea di come si costruisca la pace e, soprattutto, non ha un’idea della cosa più delicata in questa fase, ovvero la convivenza pacifica nell’Europa geografica».
«Non ho dubbi – conclude la senatrice del Pd – sul fatto che bisogna lavorare per la pace e non per altro, e non si deve mai dare per scontata la pace. Ma ritengo che questo assunto comporti il ripensare gli insediamenti industriali, riconsiderare la produzione delle armi, ridefinire il quadro complessivo del commercio mondiale. Insomma, lavorare per la pace significa essere consapevoli di dovere e volere cambiare anche gli assetti economici. Se penso al conflitto russo-ucraino, è difficile immaginare di essere soggetti della costruzione di una pace, o anche solo di una tregua, senza un’idea di quale Europa si vuole essere».

Susanna Camusso con Altero Frigerio e Roberta Lisi
Facciamo Pace. Una guerra, tante guerre. Considerazioni per un mondo più giusto – Ed. Strisciarossa

Prefazione di Giulio Marcon
Appendice: Liberi insieme dalla guerra – Lettera del Cardinale Matteo Zuppi a chi manifesta per la pace