Una casa da vivere per gli anziani in difficoltà

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La Comunità di Sant’Egidio ha costruito una rete di cohousing che dà ospitalità a centinaia di anziani soli, senza fissa dimora e disabili senza più genitori. Siamo andati nel quartiere di Trastevere, a Roma, a visitare un alloggio in cui vivono quattro persone. (Tratto dal mensile LiberEtà).

Un rifugio sicuro. «Ero arrivato al punto da evitare gli amici per strada: non avevo nemmeno un euro in tasca per offrire loro un caffè». Ha passato momenti difficili Bruno, ma c’è una cosa che ha custodito sempre con gelosia, nel mare aperto della vita: la dignità. Oggi, a 86 anni, si può dire che abbia trovato un rifugio sicuro per la vecchiaia, in una casa in condivisione con altre persone anziane, messa a disposizione dalla Comunità di Sant’Egidio nel quartiere romano di Trastevere.Ma quante ne ha passate Bruno. Dopo aver perso la moglie, si è trovato senza niente in mano. La pensione non bastava, e così ha dovuto vivere anche l’umiliazione di uno sfratto. «A quel punto non sapevo più cosa fare, dove andare». Una grande città come Roma – con i prezzi degli affitti alle stelle e priva di quelle reti familiari che si possono ancora trovare nei piccoli centri – non perdona chi ha il passo lento e incerto dell’età che avanza. Si finisce per rimanere stritolati.

Una nuova speranza. Ma da quando è a Trastevere, Bruno ha ritrovato l’antica verve dell’uomo abituato a stare tra le donne. «Mia madre era una sarta – racconta sornione – e io ho cominciato a lavorare giovanissimo nel 1949 da René, il parrucchiere delle signore dell’alta società, che aveva la bottega in via Veneto». Sarà il destino, ma ora, in questa nuova fase dell’esistenza, condivide casa con tre donne anziane che, come lui, hanno storie complicate alle spalle. Rita (86 anni), di origini ciociare, prima di approdare alla casa, ha conosciuto il degrado e l’abbrutimento di uno di quegli istituti per la terza età dislocati oltre il raccordo anulare, anche simbolicamente ai margini delle “nuove mura” di Roma. Suo marito era ricoverato in una di queste strutture. A Luciana (77 anni) non mancava niente, ma prima la malattia del figlio e poi il divorzio le hanno stravolto la vita. Maria (77 anni) è uruguaiana di origini italiane. Dopo quarant’anni di lavoro da badante, si è ritrovata sola, senza riuscire più a pagare nemmeno una stanza. Ci siamo mai chiesti che fine fanno le badanti cui affidiamo i nostri anziani e le nostre case quando, a fine carriera, insieme al lavoro perdono anche l’abitazione? L’appartamento che Bruno, Rita, Maria e Luciana condividono è a pochi passi dal quartier generale della Comunità di Sant’Egidio, nel cuore di Trastevere. Da qui è partita negli anni Settanta, e con più convinzione nell’ultimo decennio, la scommessa di riportare al centro quelle che la nostra società considera “vite di scarto”: anziani soli, senza fissa dimora, disabili senza famiglia. Si punta sulla coabitazione e su una sorta di autonomia “assistita” delle persone, come alternativa alle case di riposo e alle strutture sociosanitarie di lungodegenza. Luoghi questi ultimi, senza ritorno.

Sfida al sistema. La comunità ha lanciato la sfida a questo sistema che inghiotte vite e risorse economiche. Una singola degenza in una casa di riposo può costare fino a tre o quattro volte più di un affitto condiviso in città. Ma la mortalità negli istituti è quattro volte superiore alla media. E si muore lontani dagli affetti e dalla propria storia. La scommessa di vincere la solitudine e il disagio economico in condomìni in cui le persone si danno una mano, appare oggi vinta: la casa di Trastevere è solo una delle settanta convivenze, residenze protette, case famiglia che Sant’ Egidio ha aperto nella capitale e che oggi offrono un tetto a più di trecento persone, in maggioranza anziani. Gli appartamenti ospitano in media due persone, alle quali vengono offerti servizi comuni e un aiuto per i problemi quotidiani. Si fa la spesa in comune, si dividono le bollette. Lo stesso modello è stato ripreso in altre città italiane: a Genova, dove in venti case convivono una sessantina di persone, ma anche a Napoli, Novara, Padova, Torino.

Un esempio da seguire. Un modello replicabile su larga scala? «In Nord Europa, il cohousing è una realtà significativa – afferma Olga Madaro, referente di alcune delle coabitazioni della comunità –. Se consideriamo che la metà degli ultraottantenni in città come Roma e Milano vivono da soli e sono spesso proprietari di appartamenti che potrebbero essere condivisi, perché arrendersi all’idea che debbano finire negli istituti? Certo, conta l’atteggiamento culturale, ma è anche un problema di politiche pubbliche che dovrebbero seguire questa via con più convinzione». In alcuni casi le abitazioni sono frutto di una donazione, come ad esempio la casa di Trastevere. Più di frequente, la comunità fa da mediatrice tra gli anziani che vogliono uscire dagli istituti o che scontano la carenza di servizi di assistenza domiciliare o la mancanza di risorse economiche, e l’offerta privata di abitazioni.

Una scommessa da vincere. Ma l’investimento non è soltanto economico. L’impegno dei volontari occupa quasi sempre la sfera personale e umana. Molti anziani in difficoltà vengono intercettati attraverso i programmi di solidarietà della comunità, ma anche grazie alla rete informale di amicizie. In questa cornice, gli ospiti recuperano i loro spazi, le loro abitudini. Bruno e Rita possono andare a fare la spesa tutti i giorni al mercato di piazza San Cosimato. Luciana può coltivare la sua passione per i libri e di tanto in tanto discutere con Bruno di politica – lui monarchico e lei di sinistra. Maria può guardare le sue telenovele. Come ha affermato il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, «la vecchiaia può essere un approdo o un naufragio». La scommessa oggi è tutta qui.