La carenza di medici di base sta mettendo a rischio l’assistenza di milioni di persone, in particolare anziane. Per fare fronte alla situazione si discute se prevedere per queste figure un rapporto di dipendenza con il Ssn anziché di libera professione come attualmente avviene.
di Stefano Cecconi, segretario Spi Cgil nazionale
Stiamo vivendo una transizione demografica che determina un costante invecchiamento della popolazione. La speranza di vita è aumentata di quasi venti anni dal dopoguerra: nel 2023 era stimata in 81,1 anni per gli uomini e in 85,2 per le donne. Vivere più a lungo è stato il frutto di grandi conquiste che hanno migliorato le condizioni di vita di milioni di persone (reddito, casa, servizio sanitario pubblico). Conquiste ottenute grazie a dure lotte sociali e sindacali. Viviamo più a lungo, e per diversi anni possiamo farlo in buone condizioni di salute, cosa che determina effetti positivi sulle dinamiche sociali ed economiche. L’invecchiamento della popolazione porta però con sé anche conseguenze sulle stesse persone anziane e sulle loro famiglie. Perché se è vero che si vive più a lungo, è pur vero che vari anni di vita possono essere afflitti da condizioni di non autosufficienza.
Primato negativo. In questo l’Italia, rispetto ad altri paesi europei, ha un primato negativo. Sono quasi 3,8 milioni gli anziani con grave riduzione dell’autonomia nelle attività quotidiane di cura personale oppure in quelle della vita domestica. Numeri che indicano l’urgenza di politiche attive per prevenire la non autosufficienza. Che però potranno limitare, ma non fermare la crescita del numero di persone non autosufficienti: il bisogno di cure, di sostegni, di assistenza riguarderà milioni di anziani. Per questo abbiamo rivendicato la legge sulla non autosufficienza, approvata nel 2023 e poi lasciata nel cassetto da questo governo. Non possiamo affidarci solo allo strano mercato del “badantato”, come abbiamo fatto in questi anni (per certi versi una salvezza in assenza di servizi sociali forti). La crescita delle cronicità, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della non autosufficienza reclamano la centralità dell’assistenza primaria di prossimità, ad alta integrazione sociale, primo punto di riferimento per il cittadino nel Servizio sanitario nazionale e nei servizi sociali. Un sistema di cure primarie che esige un nuovo ruolo del medico di medicina generale – il dottore di famiglia – e dei professionisti sanitari e sociali impegnati nei servizi territoriali. L’Organizzazione mondiale della sanità da tempo sollecita di considerare che la salute e le cure si sviluppano nei contesti della vita quotidiana. Da questa esigenza nasce la riforma del Pnrr per il potenziamento dell’assistenza territoriale (il Dm 77/2022): con gli investimenti per aprire le case della comunità, diffondere l’assistenza domiciliare e la telemedicina, incrementare gli ospedali di comunità.
Figura centrale. In questa rete di servizi territoriali di prossimità, centrale è la funzione del medico di base, chiamato a svolgere un ruolo di promotore della salute, di attore cruciale per la “presa in carico” delle persone. Non più solo il medico prescrittore di ricette per visite ed esami, ma il professionista, che in équipe con altri professionisti sociali e sanitari, valuta i bisogni della persona, costruisce il piano di assistenza individuale di lunga durata, indispensabile per le persone con patologie croniche, tanto più se in condizioni di non autosufficienza. Per questo è evidente che è anacronistica l’idea del medico di base solitario, che aspetta i pazienti nel suo studio, oberato di adempimenti burocratici, che quasi mai riesce a visitare a domicilio. Diventa chiaro che abbiamo bisogno di un medico che agisca nell’ambito del distretto sociosanitario a stretto contatto con specialisti, infermieri, fisioterapisti, psicologi, assistenti sociali. La carenza di medici di base ostacola il processo di innovazione per potenziare l’assistenza primaria.
Soluzioni stabili. Gli interventi tampone di questi ultimi anni non bastano. Occorrono soluzioni stabili: formazione dei medici di base e dei pediatri di libera scelta equiparata alle scuole di specializzazione, pienamente inseriti e protagonisti nel Ssn territoriale, una contrattazione nazionale forte, che applichi le riforme e non le ostacoli come invece sta accadendo. L’attuale sistema contrattuale è fondato su un accordo debole che rinvia ogni effettiva decisione all’ambito regionale e territoriale, impedendo certezza e soluzioni uniformi in tutto il paese. Un sistema che non rende esigibile, certa, ben definita la presenza e l’attività del medico di famiglia nel distretto e quindi nella casa della comunità, pienamente inserito nell’équipe multiprofessionale. Un sistema contrattuale che mantiene di fatto separato il ruolo dei medici più anziani dai più giovani.
È proprio la carenza di medici di base a sollecitare l’obbligo di associare effettivamente gli studi nella medicina di gruppo, di lavorare in équipe multiprofessionali, di organizzare la presenza dentro la casa della comunità, per assicurare al cittadino di trovare un medico ogni giorno almeno per dodici ore (e la guardia medica per ventiquattro).
Ipotesi possibile. Oggi si discute anche se prevedere per queste figure di optare per un rapporto di dipendenza con il Ssn, e non più di agire come liberi professionisti. Potrebbe essere davvero una buona soluzione. Ma troppa enfasi è caricata sul dilemma dipendente o libero professionista, quando il tema è invece come il medico di base sia pienamente inserito e protagonista nel sistema delle cure primarie, come si rapporta stabilmente con il distretto e con gli altri professionisti. Giovani medici si sono associati intorno al Libro azzurro delle cure primarie: vero manifesto per un’innovazione del modello di cure primarie nella società che invecchia. Forse occorre partire dai giovani professionisti e dai bisogni delle persone anziane più fragili per orientare le scelte che assicurino la qualità dell’assistenza e quindi il diritto alla salute e alle cure.
Rischio estinzione dei medici di medicina generale
Nel nostro paese mancano già oltre cinquemila medici di base e le stime per i prossimi anni non lasciano ben sperare
Secondo la fondazione Gimbe, i medici di medicina generale (Mmg) sono a rischio estinzione. Ne mancano infatti oltre 5.500, il 52 per cento è sovraccarico di assistiti. Inoltre, più di 7.300 andranno in pensione entro il 2027 e le borse di studio destinate al corso di formazione specifica in medicina generale (Cfsmg) non saranno sufficienti a colmare il ricambio generazionale. E secondo le stime la situazione sembra destinata a peggiorare nel 2026. Per la Fp Cgil Medici entro pochi anni i cittadini senza Mmg potranno diventare milioni. Mentre secondo la Federazione italiana dei medici di medicina generale
(Fimmg) già entro il 2026 gli italiani senza un medico di famiglia saranno quindici milioni.
Infine anche il Pnrr, nella parte dedicata alla sanità, evidenzia come i Mmg, che nel 2020 erano 42.009, passeranno nel 2027 a 35.317, con un calo di 6.692 unità, pur restando sufficiente il rapporto di un medico ogni 1.500 persone con più di 14 anni.
L’articolo è stato pubblicato nel numero di aprile 2025 di LiberEtà. Per abbonarti clicca qui










