A Milano, lo Spi Cgil ricorda l’ex segreterio generale della Cgil scomparso quattro anni fa.
La passione per la Cgil e la mitezza del carattere. Se non si tengono presenti queste due caratteristiche non si riesce a comprendere fino in fondo la figura di Guglielmo Epifani. All’ex segretario della Confederazione, a quattro anni dalla sua improvvisa scomparsa, lo Spi Cgil ha dedicato una giornata di ricordo presso la Camera del lavoro di Milano, dal titolo “Guglielmo Epifani. La dignità del lavoro” alla quale hanno partecipato Tania Scacchetti, segretaria generale dello Spi Cgil nazionale; Stefano Landini, segretario organizzativo Spi Cgil nazionale; Francesco Palaia, responsabile politiche della memoria Spi Cgil nazionale; Luca Stanzione, segretario generale della Camera del lavoro di Milano; Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento europeo; Sergio Cofferati, già segretario generale della Cgil; Roberto Speranza, deputato del Partito democratico; Massimo Bonini, segretario generale dello Spi Cgil di Milano; Maria Giuseppina Epifani, presidente dell’associazione Guglielmo Epifani.
Guglielmo aveva una passione infinita per la Cgil, anzi l’amava, come diceva lui stesso. Se ne era innamorato, quando, a ventisette anni, venne chiamato da Piero Boni a dirigere l’Esi, la casa editrice della Confederazione, primo passo di un cammino che nel settembre 2002 lo portò, primo socialista, alla guida della Cgil, incarico che ricoprì fino al 2010, dopo aver svolto il ruolo di vicesegretario con Bruno Trentin e Sergio Cofferati.
Gli anni che videro Epifani alla guida del sindacato di Corso Italia non furono affatto facili. Anni di trasformazione della rappresentanza sindacale; anni in cui i diritti dei lavoratori erano sotto attacco della politica neoliberista del governo di centrodestra, e con essi anche la Cgil che da sola vi si opponeva. Pochi mesi prima della sua elezione, c’era stata la manifestazione del 23 marzo al Circo Massimo in difesa dell’articolo 18 e si trovò a gestire una partita molto complessa il cui esito non appariva affatto scontato.
In tutto il suo lungo percorso sindacale, e anche dopo, una volta lasciata la segreteria, nella sua esperienza politica, quello che – come hanno ricordato tutto i partecipanti all’iniziativa milanese – ha sempre fatto della pacatezza il suo punto di forza. Pacatezza che non scadeva mai nell’arrendevolezza, ma si concretizzava nella volontà di praticare sempre il confronto con i suoi interlocutori esterni, ma anche nella gestione dei rapporti e delle dinamiche interne al sindacato, convinto della necessità di tenere insieme le varie anime che lo compongono e di trovare elementi di convergenza in nome della confederalità che per lui era un valore imprescindibile per un’organizzazione sindacale. Oltre alla confederalità, Epifani non si stancava mai di riaffermare il valore dell’autonomia del sindacato, intesa non come autoreferenzialità, come fondamento della libertà, dell’unità e della democrazia dell’organizzazione sindacale.
La ricerca costante e ostinata del confronto, l’esercizio della coerenza, gli avevano permesso di conquistare un’autorevolezza e una credibilità riconosciute anche dai suoi avversari. Epifani aveva anche una grande capacità di analisi della realtà. Osservava quanto accadeva, cercava di comprendere l’evoluzione dei fatti e di affrontarli e gestirli senza assumere un atteggiamento di totale contrasto. Rileggendo alcuni suoi interventi, ad esempio, si rimane impressionati dalla sua capacità “profetica” come la debolezza dell’Europa, le scelte economiche e sociali, la trasformazione del lavoro, i diritti dei lavoratori, la condizione dei pensionati, la questione fiscale, le disuguaglianze sociali.
E poi la sua attenzione per i giovani e le loro condizioni. Epifani affermava che «un paese che non guardi ai giovani è un paese che si chiude, che ha paura, che non investe sul proprio futuro». E non a caso l’associazione che porta il suo nome, oggi è impegnata, insieme all’università Sapienza di Roma e a quella di Perugia proprio in progetti di sostegno a giovani laureati sui temi del diritto del lavoro e delle problematiche europee.
L’eredità che Guglielmo Epifani lascia al paese e alla Cgil è importante. La passione, il modo di pensare e di vivere il sindacato, il metodo del confronto e della mediazione, il coraggio delle decisioni, l’analisi attenta della realtà non possono che rappresentare strumenti fondamentali per l’azione della Cgil, ma anche punti di riferimento per contrastare la deriva antidemocratica in atto e provare a raggiungere la luce in fondo al tunnel.










