Strage di Stazzema. Il presidente tedesco nomina cavalieri i sopravvissuti Enrico Pieri ed Enio Mancini

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Il presidente federale tedesco Frank-Walter Steinmeier ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania (Verdienstkreuz am Bande) “per le particolari benemerenze acquisite verso la Repubblica Federale di Germania” a due superstiti della strage di Sant’Anna di Stazzema, Enrico Pieri ed Enio Mancini.

Nel 2013, proprio da Mancini LiberEtà raccolse la testimonianza di ciò che accadde quel giorno, 12 agosto 1944, in cui 560 persone, tra cui 110 bambini, vennero trucidate dai tedeschi. Ve la riproponiamo perché il suo racconto ci porta per mano dentro quell’orrore rimasto impresso nella memoria di tutti.

Enio Mancini: «Perseguitato tutta la vita dalle immagini della strage»
«Vedi quei tralicci in cima alla montagna? Noi s’abitava là. Sulla destra c’è il passo, da quel punto abbiamo visto arrivare la colonna di militari tedeschi. Non era la sola: dopo un po’, da altri punti ne spuntarono tre e una di queste bloccò l’accesso verso il fondo valle. Eravamo in trappola». La mattina del 12 agosto 1944, a Sant’Anna di Stazzema il cielo era di un azzurro splendente. In quel villaggio di 300 persone diviso in piccole frazioni – Vaccareccia, Bambini, Le Case, Sennari – incollate alle alpi Apuane, tra Lucca e Carrara, di buon’ora le donne avevano cominciato a preparare il pane e gli uomini, contadini poverissimi e minatori occupati nelle miniere di zolfo e ferro, iniziavano le loro attività. Quei giorni non erano i soli a vivere a Sant’Anna. Con loro c’erano 700 sfollati, per lo più donne e bambini saliti su da Pisa, Pietrasanta, Lucca. Si era svegliato presto anche Enio Mancini. Allora aveva sette anni. Era in cortile con il fratello, tre anni più di lui, quando vide la colonna militare transitare su quel passo di montagna.
«Appena li abbiamo visti – racconta Mancini – mio padre ci avvertì che sarebbe scappato con gli altri uomini del villaggio. Prima, però, cercò di rassicurarci: voi, disse, non dovete preoccuparvi, cercano solo gli uomini. Così ci siamo chiusi in casa. Ma dopo poco tempo i tedeschi sono arrivati, ci hanno presi e portati al borgo Sennari. Lì ci hanno messi tutti contro il muro di una casa e di fronte hanno piazzato una mitragliatrice. Per dieci minuti ci hanno tenuti con quest’arma davanti: ero paralizzato dal terrore. Poi è arrivato l’ufficiale che comandava il reparto e, inaspettatamente, ci ha ordinato di andare via. L’unico luogo dove non hanno ucciso è stato quello. Forse so anche il perché: probabilmente quel gruppo di militari non appartenevano alle SS ma un reparto di soldati alpini tedeschi. Lo abbiamo scoperto quest’anno leggendo i risultati di una ricerca. Comunque: eravamo diretti verso Val di Castello, quando ci hanno ripresi e portati indietro, verso la piazza della chiesa. Ma anche stavolta, improvvisamente i militari si sono allontanati. Con noi hanno lasciato un giovane soldato. Rimasto solo, prima si è guardato intorno, poi ha cominciato a parlarci. Non capivamo nulla, però abbiamo compreso i gesti. Ci invitava a scappare e diceva: “schnell, schnell (via via, ndr)”. Siamo corsi via. Fatti pochi metri abbiamo sentito un raffica di mitra alle spalle. Ci siamo girati. Sparava in aria e di lì a poco se ne è andato. Eravamo vivi! Siamo corsi nel bosco, volevamo sparire. Nella fuga non ci siamo resi conto di quel che accadeva a vecchi, donne e bambini di Sant’Anna. Vedevamo le case avvolte dal fuoco. Dentro c’era la nostra sopravvivenza: le nostre cose, le bestie. Alle 13 del mattino, siamo tornati verso casa. Abbiamo provato a spegnere le fiamme, ignari che a poche centinaia di metri da noi, in linea d’aria, erano ammassati 560 corpi di vecchi, donne e bambini. Quello che era accaduto lo abbiamo scoperto quando un uomo di quelli che erano andati via insieme a mio padre, il primo a passare per il centro del paese, ha visto il mucchio di cadaveri bruciati davanti alla chiesa. Allora si corse tutti. Le prime case che raggiungemmo erano quelle dei nostri parenti. C’erano corpi dilaniati, corpi che bruciavano dentro le case, sulle reti dei letti, incastrati tra le travi. L’odore… Era un’ossessione. Avevano ucciso tutti. Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese, di appena 20 giorni. Uccisero centodieci bambini. Uccisero Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto; uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle; uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente; uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà. Gli uomini urlavano, straziati da un dolore incontenibile, chiamavano le porte del proprio caseggiato per numeri, 1, 7, 6… Gli adulti curarono i feriti alla meglio. Le case erano bruciate, non c’erano bende né medicinali. I più gravi cercarono di portarli a fondovalle, dov’era l’ospedale. I cadaveri li sotterrammo in fosse comuni scavate negli orti, dove il terreno era più morbido. Sulla piazza della chiesa sotterrammo 200 persone. Dal 12 agosto al 20 settembre abbiamo vissuto come bestie, nascosti nelle grotte per paura di veder tornare i tedeschi. I padri dei ragazzi uccisi dai nazisti erano come impazziti: quando mi incontravano mi chiamavano con il nome dei loro figli. Mario, Antonio… ricordo il fastidio che provavo e chiedevo a mia madre: perché?.
Le immagini di quella strage mi hanno perseguitato per tutta la vita. Fino all’età di dieci anni ho fatto la pipì a letto e ho smesso di avere gli incubi solo quando andai via da Sant’Anna per entrare in collegio. Era il 1951.
Oggi quello che mi è accaduto lo racconto ai giovani. La memoria, la testimonianza diretta, sono essenziali per i ragazzi. Ne ho incontrati tanti: 200 mila è un’approssimazione. Qui al museo della memoria di Sant’Anna di Stazzema ci sono stato per sedici anni di fila e ogni anno ho incontrato 8-10 mila ragazzi. Sono andato anche in Germania per parlare agli studenti tedeschi. Vederli piangere mi ha aperto il cuore. Molti di loro sono poi venuti a Sant’Anna. Li ho accompagnati e ho mostrato loro i luoghi della strage. Casolare per casolare ho raccontato ogni specifico episodio. Adesso, ogni anno tornano per curare questo luogo della memoria. I semi della pace fioriscono anche così.

Il boia di Sant’Anna:
“Così uccidevamo gli italiani”
Per i massacri di Sant’Anna esistono anche le testimonianze di alcuni tedeschi mai interrogati. Una la scovò Christiane Kohl una giornalista tedesca. «Uno dei soldati coinvolti in quel massacro – ha scritto la Kohl in un’inchiesta – vive in una cittadina della Germania del sud. “A Sant’Anna è stato terribile” dice. Sembra provare un vero sollievo per la nostra visita. “Finalmente qualcuno chiede notizie di quella faccenda”. Dato che vuole rimanere anonimo, lo chiameremo Heinz Otte. Non è più stato in Italia da allora. “Proverei troppi rimorsi”, dice. “Non dimenticherò mai gli occhi terrorizzati di due donne, che in mezzo a quel mattatoio erano rimaste sedute sul bordo della strada. I camerati urlavano: “Le dobbiamo fucilare”. Io allora mi misi a sedere accanto a loro e dissi: “Ma no, non vi fucilano. Verso mezzogiorno a Sant’Anna di vivo non c’era praticamente più nessuno. Otte ricorda che quando si allontanò con i suoi uomini, sotto i platani c’era una montagna di cadaveri. “Erano accatastati davanti a un grande crocefisso”. Si era già allontanato quando alcuni soldati finirono di scaricare i mitra in chiesa, su un bell’organo antico dietro l’ altare. Con una granata spezzarono anche la fonte battesimale in marmo. Poi gettarono sui morti i banchi della chiesa, cosparsero il mucchio di benzina e appiccarono il fuoco. Il giorno successivo il parroco accorso da un villaggio vicino contò, solo sulla piazza, 132 cadaveri carbonizzati. Nel villaggio vennero poi trovate e identificate circa 400 vittime. I superstiti ricordano che le SS scesero a valle cantando.

Una strage che la ragion di Stato voleva far dimenticare
La strage di Sant’Anna di Stazzema, così come altre, finì nel dimenticatoio all’indomani della Liberazione. Solo nel maggio del 1994, per caso, a Palazzo Cesi, sede a Roma della Procura Generale Militare, fu ritrovato un armadio, protetto da un cancello, chiuso a chiave, con le ante rivolte verso il muro. Era l’Armadio della Vergogna; conteneva un grande registro, con ben 2273 voci, su cui era annotato tutto quel che conteneva o aveva contenuto: 695 fascicoli; 415 i nomi di colpevoli.
Al numero 1 l’eccidio delle Ardeatine, con i nomi di Herber Kappler, Erich Priebke e altri assassini che, grazie a quell’armadio, godettero di cinquant’anni di libertà. E così fu anche per i nazifascisti di Sant’Anna di Stazzema. di Marzabotto, di Fivizzano, eccetera. Il 22 giugno 2005 il Tribunale Militare di La Spezia, a 61 anni dall’eccidio, davanti a decine di superstiti, in un’atmosfera di forte tensione emotiva, ha emesso la sentenza di condanna all’ergastolo per le SS colpevoli del massacro.
La sentenza è stata confermata dlla Corte di Appello Militare di Roma il 21 novembre 2006 e ratificata definitivamente dalla Prima Sezione penale della Cassazione l’8 novembre 2007.