Stato-Regioni. Alle radici del conflitto

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Foto di DomenicBlair da Pixabay

Pubblichiamo il contributo di Cesare Salvi uscito sul numero di gennaio di LiberEtà.

La pandemia ha esasperato i contrasti tra lo Stato nazionale e le Regioni. È necessario quindi intervenire per riequilibrare l’assetto istituzionale all’origine di questo scontro.

Un danno per l’Italia. La risposta istituzionale alla pandemia è stata caratterizzata da un’esplosione di conflittualità tra le istituzioni centrali e quelle regionali e locali, indipendentemente dal colore politico. Non è un bello spettacolo, e certamente non ha fatto bene all’Italia. Si parla di rimettere mano all’assetto costituzionale all’origine di questa conflittualità, ma le ricette sono opposte.
Le Regioni del Nord chiedono più poteri, con la parola d’ordine dell’autonomia differenziata; nei partiti di maggioranza sembra prevalere invece l’idea di introdurre la “clausola di supremazia”, che affiderebbe in modo chiaro a Parlamento e governo la prevalenza decisionale.
Le Regioni nacquero in Italia con la Costituzione, con l’idea che lo Stato liberale post-unitario fosse stato caratterizzato da un eccesso di centralismo. Nei princìpi fondamentali fu posto l’articolo 5, per il quale la Repubblica «riconosce e promuove le autonomie locali».
Ai Comuni e alle Province furono aggiunte le Regioni, alle quali fu attribuito in alcune materie (tra le quali l’assistenza sanitaria) «il potere di emanare leggi» nei limiti dei princìpi stabiliti dalle leggi dello Stato e «non in contrasto con l’interesse nazionale». Si stabilì che spettassero alle Regioni anche le corrispondenti funzioni amministrative.

Una ripartizione sbagliata. Ma come si giunse a questa suddivisione territoriale? I costituenti si limitarono a riprendere nomi e confini dei “dipartimenti” creati subito dopo l’unità d’Italia ai soli fini statistici e senza alcun rilievo giuridico. Le prime elezioni regionali si tennero nel 1970 dalle quali uscirono i governi di sinistra delle tre “regioni rosse”.
Ma c’era qualcuno già molto preoccupato. Antonio Maccanico ha raccontato i timori del leader repubblicano Ugo La Malfa: le Regioni avranno potere di spesa, e sarà spesa aggiuntiva. In effetti, le cose non andarono come previsto.
La programmazione regionale ebbe un avvio stentato, e poi fu sostanzialmente esautorata. Le Regioni si concentrarono sull’amministrazione, e soprattutto sulla sanità, con esiti molto differenziati. Negli anni Novanta si diffuse l’opinione che il regionalismo pensato dalla Costituzione fosse insufficiente.
La Lega aumentava i suoi consensi: in nome della secessione, non del federalismo. Il centrosinistra, al governo dal 1996, dapprima varò una nuova delega di poteri (il federalismo a Costituzione invariata), poi nel 2001 approvò la riforma del Titolo V. Oggi essa è molto criticata ma già allora era facile capire che era un testo sbagliato. Non solo non prevedeva la clausola di supremazia, ma metteva lo Stato e le autonomie sullo stesso piano: «La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato» (articolo 114); «la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni» (articolo 117).

Il pasticcio presidenzialista. Un pasticcio aggravato dal presidenzialismo esasperato introdotto subito dopo con l’elezione diretta del presidente della giunta regionale, che ha creato uno squilibrio di legittimazione tra governi regionali e governo nazionale, che si è clamorosamente manifestato in questi tragici mesi. Da questo squilibrio deriva anche che il governo nazionale non usa fino in fondo i poteri dei quali pure dispone. L’articolo 120 della Costituzione, infatti, stabilisce che il governo può sostituirsi agli organi regionali «nel caso di pericolo grave per l’incolumità o la sicurezza pubblica».

Modificare la riforma del 2001. Occorre intervenire sull’assetto istituzionale introdotto con la riforma del 2001. Almeno sull’introduzione della clausola di supremazia dovrebbe essere possibile l’intesa perché le riforme partigiane della Costituzione non solo sono sbagliate, ma non portano da nessuna parte, come l’esperienza ha dimostrato. È tempo di andare più a fondo. Il principio di eguaglianza richiede una tutela uniforme dei diritti e delle prestazioni sociali su tutto il territorio nazionale. Il diritto alla salute deve essere garantito in ogni regione. E questo compito spetta a uno Stato nazionale autorevole e forte, non a un coacervo di poteri e di leader territoriali.