Solidarietà e formazione: l’antidoto valdese contro il virus

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A pochi chilometri a sudovest di Torino sorgono le case di riposo della Diaconia valdese. Forse non è stato soltanto il caso o la fortuna a salvare queste strutture dalla pandemia.

Indagando su queste Rsa si ricava una lezione: investire in qualità e formazione del personale e trattare gli ospiti come persone e non come entità buone per i bilanci aziendali, consente di affrontare meglio le onde alte della tempesta che si è abbattuta anche sul nostro Paese dalla fine di febbraio.

Tra queste montagne della Val Pellice, i valdesi hanno costruito il loro welfare di comunità: amministrano ospedali e residenze socio-assistenziali per anziani, comunità per portatori di handicap e centri diurni, in un modo all’apparenza molto simile alle strutture religiose di estrazione cattolica.

“La Diaconia assomiglia un po’ a quello che è la Caritas per la Chiesa”, dice il segretario esecutivo Gianluca Barbanotti. Ma in realtà, l’aspetto confessionale c’entra poco. “Della salute delle persone non ne abbiamo mai fatto una questione di credo religioso – spiega Barbanotti –: io sono valdese, ma il novanta per cento dei nostri seicento dipendenti non lo è. E così possiamo dire degli ospiti”.

La risposta ricalca lo spirito che anima la comunità, intrinsecamente votata all’apertura su molti temi: la Chiesa valdese è infatti favorevole al testamento biologico, alla ricerca sulle cellule staminali, consente la benedizione di coppie formate da persone dello stesso sesso, si oppone all’omofobia e sostiene la comunità LGBT. Inoltre, ha aperto le sue porte all’accoglienza degli stranieri e a partire dal 2015, insieme alla Federazione delle chiese evangeliche e alla Comunità cattolica di Sant’Egidio, ha organizzato e finanziato i “corridoi umanitari”.

Se a questo si aggiunge che i valdesi sono storicamente favorevoli alla laicità dello Stato e contrari alla presenza di simboli religiosi in luoghi pubblici, si capisce perché l’opinione pubblica progressista da sempre guardi con attenzione a questo mondo. Attenzione ricambiata: molti dei leader della comunità, a partire dal secondo dopoguerra, hanno assunto posizioni o militato nella sinistra.

“Anche per questo loro impegno si sono guadagnati l’avversione della precedente giunta regionale leghista”, spiega la segretaria Spi Cgil di Torino, Lucia Centillo che ha condotto una lunga battaglia contro la chiusura dell’Ospedale valdese nella ex capitale sabauda (poi ceduto alla sanità pubblica al costo di un euro).

Grazie alle sue politiche progressiste e alle sue numerose iniziative benefiche, la Chiesa valdese può contare su un seguito molto superiore a quello dei suoi venticinquemila aderenti effettivi. Più di mezzo milione di italiani devolve ai valdesi l’8 per mille, finanziando i loro progetti sociali.

Questa “sensibilità” è stata trasposta nelle strutture socio-assistenziali gestite dalla Diaconia, con un’attenzione quasi maniacale alla persona.

“L’atteggiamento molto positivo che mostrano nei confronti degli anziani ospiti – osserva Fedele Mandarano, segretario della Lega Spi Pinerolo e Valli – condensa al meglio la loro storia e la loro cultura, molto attenta ai più deboli. La qualità dei servizi è ben al di sopra della media. Il lavoro di cura ruota intorno ai bisogni reali degli ospiti, che vengono aiutati anche con contributi rilevanti, e al lavoro del personale che condivide lo stesso spirito di attenzione verso gli ospiti”.

Andrea Ferrato, responsabile della Camera del Lavoro di Pinerolo, sottolinea l’approccio dei valdesi: “Non guardano alle appartenenze, quello che fanno non è per la loro chiesa ma per la comunità”.

Certo, l’emergenza è stata decisa in parte dalle tempestività delle scelte del momento.  “Abbiamo creato subito – racconta Barbanotti – una task force che ha lavorato 24 ore su 24 per trovare i dispositivi di protezione individuale, non senza difficoltà di approvvigionamento, specie all’inizio, a causa delle requisizioni della Protezione civile. Un’altra precauzione è stata quella di aver separato gli ospiti con sintomi dagli altri, anche in assenza di tamponi, seguendo le procedure di contenimento concordate con i medici del lavoro e l’Asl”.

Nonostante ciò, i problemi non sono mancati. In una struttura in particolare: al Rifugio Carlo Alberto di Luserna San Giovanni, gestito dalla Diaconia, su quaranta operatori e ottantaquattro ospiti, dodici operatori e dodici ospiti sono risultati positivi al test, con sei decessi (due positivi).

Come da altre parti, gli operatori lamentano un iniziale approccio superficiale della direzione sanitaria, e la penuria di dispositivi di protezione individuale.

Una situazione che però non si è replicata da altre parti. All’Asilo San Germano di Chiusone, ottanta ospiti, si è registrato un solo caso tra il personale dei servizi.

All’Asilo di Luserna San Giovanni, sono risultati positivi tre ospiti e tre operatori. Mentre non si registrano casi alla comunità l’Uliveto di Luserna e alle Diaconesse di Torre Pelice. Né alla casa di riposo il Gignoro, a Firenze.

Un ruolo significativo è stato giocato dagli alti standard qualitativi, dall’organizzazione delle strutture e dai rapporti con il personale. Infermieri e operatori sociosanitari sono dipendenti, l’uso di personale esterno è limitato a lavanderie e cucina. Gli accordi sindacali degli ultimi anni sono andati in questa direzione.

“Ha aiutato la presenza di dispositivi di protezione individuale, ma bisogna saperli anche usare. La preparazione del personale, inquadrato con il miglior contratto del settore e la formazione continua cui è sottoposto, sono stati importanti per contenere il contagio”, osserva Paolo Manassero, responsabile della Funzione Pubblica della Cgil di Torino.

Un’opinione che Barbanotti condivide: “La catena di comando ha funzionato perché sappiamo di poter contare sul personale, che in molti casi lavora con noi da anni. A sua volta il personale si sente più responsabilizzato rispetto al lavoro di cura”.