Salvatore Morelli, il deputato del regno che si battè per l’affermazione dei diritti delle donne

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Giurista e deputato del regno si batté per l’affermazione dei diritti delle donne e per un nuovo diritto di famiglia. Presentò proposte che sarebbero diventate legge soltanto un secolo dopo

Chiuso nel carcere di sicurezza del Castello aragonese di Ischia e poi dinanzi al plotone di esecuzione, Salvatore Morelli – poco più che ventenne – restò convinto delle ragioni che lo avevano portato a rifiutare l’ultima offerta del governo borbonico: la vita e la libertà in cambio dell’abiura dei suoi ideali. Quelli di un giovane destinato a segnare con il suo impegno e le sue idee innovative e rivoluzionarie, non solo la battaglia antiborbonica e risorgimentale a fianco di Giuseppe Mazzini ma, soprattutto, la nascita del movimento femminile nel nostro paese. Tutto questo accadde all’indomani dell’unità d’Italia, nel 1861, «quando – scrive la storica Maria Grazia Colombari, autrice del volume Salvatore Morelli, il deputato delle donne – con il primo Codice unitario Pisanelli, dal nome del primo guardasigilli, si legiferò spudoratamente al maschile. All’uomo i diritti, alla donna i doveri».

Il carcere e la tortura

Nato il 1° maggio 1824 a Carovigno, in provincia di Brindisi, allora sotto la dominazione borbonica di Ferdinando II, Morelli riuscì a scampare alla fucilazione nel carcere di Castello di Ischia. Si trattò di finta esecuzione, l’ennesima tortura che si aggiungeva a tutte le violenze psichiche e fisiche patite nelle carceri (Ponza, Ventotene, Ischia) in cui fu rinchiuso per circa dieci anni, prima e dopo l’unità d’Italia. Laureato a soli diciannove anni in giurisprudenza presso l’università di Napoli, Morelli era avvocato, giornalista e scrittore. Ma, innanzitutto, rappresenta una delle menti più acute e aperte di quel tempo, capace di anticipare temi come l’uguaglianza di genere, che il pensiero comune non prendeva in considerazione, legato com’era a una visione ancora medievale della figura femminile.

Rango inferiore

Qual è nel 1861 la condizione della donna? Non può votare, non può praticare tutte le professioni, non può progredire nella scala gerarchica del mondo del lavoro, non può fare politica, non ha il diritto di scegliersi il marito e dopo il matrimonio perde il proprio cognome, e non ha poteri sui figli, non ha personalità giuridica al punto da non poter nemmeno testimoniare o presentare denuncia, non può esercitare la patria potestà. Persona, ma senza diritti. La concordanza di idee reazionarie salda il pensiero della classe dominante a quello clericale: è così che da una parte, si legge su molti testi, l’inferiorità della donna si dimostra già a partire dal fisico, meno prestante dell’uomo, e dai tratti del viso più delicati, segno di fragilità e debolezza, anche intellettuale. Sul versante religioso i riferimenti alle sacre scritture confermano l’idea della donna nata da una costola dell’uomo, figura tentatrice e colpevole della cacciata dal paradiso terrestre.

Il ruolo della madre

La strada percorsa da Morelli fu dunque in «direzione ostinata e contraria», fuori e dentro il Parlamento. In questo, un ruolo importante lo rivestì la madre, Aurora Brandi. Donna che ebbe un peso notevole sulla trasmissione al figlio, sin da bambino, di quei princìpi di uguaglianza, istruzione e libertà che diventeranno i temi della sua lotta politica. Divenne, infatti, il portavoce delle istanze delle donne più impegnate in una battaglia che, se già aperta e combattuta in Francia e in Inghilterra, in Italia appariva ancora agli albori. Tra queste, grandi personalità femminili come Anna Maria Mozzoni, giornalista, attivista dei diritti civili, forse la figura più importante della vita politica italiana e internazionale fra Ottocento e Novecento. Fu anche grazie al rapporto con la Mozzoni che Morelli portò in Parlamento proposte di legge relative ai grandi nodi che le donne italiane dovettero affrontare per vedere riconosciuti i più elementari diritti.

La prima proposta di Salvatore Morelli

Nelle elezioni del 1867, Morelli viene eletto deputato nel collegio di Sessa Aurunca e rieletto nelle tre legislature successive. La prima proposta di legge che presenta riguarda proprio l’eguaglianza dei diritti di donne e uomini. È la prima non solo in Italia, ma in Europa. Tra il 1867 e il 1870, Salvatore Morelli presenta cinque disegni di legge, tra i quali la proposta «di abolire la schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alle donne italiane i diritti civili e politici, che si esercitano dagli altri cittadini del regno». La proposta non venne ammessa neppure all’esame. Nella relazione il deputato scriveva: «Se l’umanità ha lavato con torrenti di sangue nell’ultima guerra americana l’obbrobrio della schiavitù dei neri, come può ella mai consentire più a lungo la schiavitù della donna?».

Un libro. Nelle legislature successive presentò proposte per assicurare con un atto di garanzia – le cosiddette guarentigie giuridiche – la sorte dei fanciulli e delle donne; per dare alle donne la facoltà di testimoniare negli atti pubblici; per trodurre il divorzio; per un nuovo diritto di famiglia. Questi ultimi provvedimenti sono diventati legge soltanto cento anni dopo. Secondo la Colombari, nelle pagine dei suoi scritti – soprattutto in La donna e la scienza (1861), testo simbolo del femminismo nascente, al pari del saggio The Subjection of Women del 1869, di Stuart Mill, una delle voci più autorevoli del positivismo inglese – «più volte il politico pugliese fa notare come sia del tutto ingiustificato, disutile e antieconomico il processo discriminatorio nei confronti della donna»; è «dal rispetto reciproco fra i sessi che può nascere il reciproco rispetto tra classi sociali e tra le nazioni».

Morte in povertà

La sua attenzione per l’altra metà del cielo gli attira le antipatie di molti. Le sue proposte di legge vengono lette nell’aula vuota, le vignette pubblicate sui giornali lo rappresentano vestito con abiti femminili e deridono il suo impegno a favore delle cause delle donne. Morelli, sempre più isolato, muore in povertà a Pozzuoli il 22 ottobre 1880 a 56 anni. Da lì in poi, sulla sua figura domina una sostanziale smemoratezza fino ai nostri giorni, quando, il 3 maggio 2017, il suo busto viene inaugurato nella Sala delle donne di Montecitorio. È l’unico uomo.

Le proposte rivoluzionarie di Salvatore Morelli

Nel giugno del 1867, Salvatore Morelli entra a far parte del Parlamento dell’Italia unita e sarà deputato sino al 1880, dalla X alla XIII legislatura.

Tra i suoi progetti di legge in favore delle donne, si segnalano:

• 1867, primo in Europa, presenta un disegno di legge per la parità tra donna e uomo;

• 1874-1875, propone un nuovo diritto di famiglia per l’eguaglianza dei coniugi nel matrimonio, il doppio cognome, i diritti per i figli illegittimi e il divorzio. Nel 1875 presenta un disegno di legge per il voto alle donne;

• 1877, il Parlamento approva il principio della capacità giuridica delle donne;

• le ragazze vengono ammesse a frequentare i primi due anni del ginnasio.

Fra le sue proposte, un’istruzione gratuita e obbligatoria per tutti; l’istituzione della cremazione; l’abolizione dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche; l’istituzione di una Società delle nazioni per la pace nel mondo, la cancellazione della pena di morte. Si batté, infine, contro la legge delle guarentigie (1871), che regolò i rapporti tra lo Stato italiano e la Santa sede fino al 1929. Per diventare leggi le sue proposte hanno dovuto attendere cento anni.

L’articolo è stato pubblicato nel numero di marzo del nostro mensile. Per abbonarti alla rivista, clicca qui