giovedì 18 Aprile 2024
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Gli spaesati. Reportage dalle zone terremotate del centro Italia

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Gli spaesati. Reportage dalle zone terremotate del centro Italia

Uno scrittore e un fotografo raccontano un viaggio durato otto mesi dentro il cratere del terremoto che ha devastato l’Italia centrale. Tante storie sommerse dalle macerie, tante famiglie e tante vite fatte a pezzi di persone che però resistono, da “spaesati”, come dice il titolo del libro che LiberEtà insieme alla Casa editrice Ediesse ha appena dato alle stampe. “Gli spaesati. Reportage dalle zone del terremoto del centro Italia”.

L’antropologo Franco Arminio ha firmato la prefazione, che pubblichiamo qui.

Gli spaesati è un libro bellissimo. Lo scrittore e il fotografo fanno al meglio il loro mestiere. Non si servono dei luoghi per fare un capolavoro, piuttosto stanno a servizio dei luoghi che raccontano. Un’opera di esemplare onestà. Angelo Ferracuti non ha bisogno di caricare la sua lingua con effetti speciali. Giovanni Marrozzini usa un bianco e nero delicato e impietoso. Viene da pensare a Mario Dondero, al racconto fotografico di Crocenzi, alla scuola di fotografia fermana. Questo lavoro fa venire voglia di andare nei luoghi feriti, di andarci con lo spirito fraterno che aveva Dondero. Forse oggi il mondo conserva una qualche intensità solo dove è ferito.

Un libro fedelissimo al reale e lo si capisce già dalla bella dedica ad Alessandro Leogrande. Fotografo e scrittore lavorano a illuminare un territorio in modo naturale, sapendo che a volte le luci mediatiche possono essere falsate. E allora chi vuole sapere che aria tira nelle zone colpite dal terremoto ora ha la sua guida. Il terremoto che ha colpito il centro dell’Italia (ma in realtà ha colpito i margini di quattro regioni) è a tutti gli effetti un terremoto del margine. E Ferracuti non attraversa solo i paesi ma anche le frazioni. L’Italia è un paese di terremoti, ma ci sono pochi libri che hanno raccontato bene i tanti terremoti italiani. È come se tutto si bruciasse nel circo delle immagini televisive. Come se poi nessuno avesse voglia di calarsi nelle pieghe, nelle storie minime, usuali. Il terremoto è un momento eccezionale che cancella la vita ordinaria e quotidiana anche per molti anni. Anzi, bisogna farsene una ragione.

Dopo un terremoto grande è difficile che un luogo torni alla sua solita combustione. È come la carta argentata quando la stringi tra le mani, dopo non torna mai più liscia. Il terremoto in Italia è stato spesso raccontato sotto la lente dell’imbroglio, dei ritardi nei soccorsi o nella ricostruzione. Qui Ferracuti ci racconta la vita come va avanti, i pensieri delle persone, ci parla di strade, di piazze, di alberi, di facce, ci parla di una parte silenziosa dell’Italia, un silenzio che in  fondo non è stato smosso neppure dal sisma.

Il merito di questo libro è di essere un urlo a bassa voce. L’urlo contro un’Italia che non sa parlare di paesi e di montagne, che non sa vedere i suoi margini, che non sa riconoscere chi ogni giorno porta avanti una piccola azienda agricola, chi tiene aperto un negozietto nel tempo dei centri commerciali, chi s’impegna per aiutare i deboli, chi non si rassegna alla moda di essere volgari e stupidi e banali. Questo libro è un omaggio a chi resta nei suoi luoghi e un invito ad andare nei luoghi del sisma, non per fare i turisti delle rovine, ma come esercizio di salute morale. Qui abitano italiani che non meritano l’Italia che c’è adesso. In queste montagne al centro dell’Italia la scossa non è riuscita a cancellare le tracce di un bell’intreccio tra la forza della natura e il lavoro degli umani. Ma adesso, oltre a essere vigili sulla ricostruzione, c’è da stare attenti alla vita di ogni giorno. Bisogna pensare alle ferite di chi ritroverà una casa, ma forse non ritroverà il suo paese. Lo spopolamento è un terremoto che era iniziato molto prima delle scosse e proseguirà anche nei prossimi anni. I racconti a caldo spesso non tengono conto della vita com’era in quei luoghi il giorno prima della scossa. È come se il racconto cominciasse dal terremoto in poi, come se non riuscissimo a tenere d’occhio i luoghi quando fanno una vita normale, abbiamo bisogno dello strappo, del dramma.

Ferracuti e Marrozzini ci ricordano che i luoghi e le persone sono cose delicate, una fragilità che i terremoti rendono solo più grande, come se allargassero la crepa che c’è sempre. Allora è importante andare a parlare con chi ha perso la casa. E sapere che ha perso anche un pettine, un maglione, ha perso quel pigiama, quella sciarpa. Il dolore della vita dopo il terremoto prende un’altra piega. Passata l’euforia della tua zona che sta ogni giorno in televisione, poi c’è il fatto che piove, che nel prefabbricato fa freddo o fa caldo, che in paese ci sono le ruspe e c’è la corsa al contributo e c’è la sensazione che tutto va lentamente, che non ce la fai ad aspettare. Raramente si raccontano le morti del dopo terremoto, le persone che trovano risposta al loro dolore in un tumore o in un infarto. E non si racconta la depressione, il filo d’ombra che poco alla volta avvolge i più sensibili.

Io spero che i politici locali leggano questo libro e anche quelli che gestiscono la ricostruzione da Roma. È tempo che la politica si metta in dialogo con altre forme del lavoro umano. Questo non è un libro che specula sul disastro, è un atto d’amore per un territorio, è una testimonianza del bene che dobbiamo all’Italia appenninica, perché da qui in fondo tutto è nato e qui c’è un modo di stare al mondo che è ancora prezioso. E allora una chiesetta, un albero, il piccolo spiazzo in una borgata, tutto va guardato da vicino, tutto va pensato in una logica non puramente economica. Il vero oggetto della ricostruzione è il bene. Scrivere e fotografare per fare il bene, ecco il senso limpido e affettuoso di questo lavoro. Il bene che deve fare il sindaco, il carpentiere, il vigile urbano, il geometra comunale. Il terremoto porta soldi, porta prima un sussulto comunitario e poi lentamente lo straccia, rimette ognuno al suo egoismo, al fuoco della sua casa più che al fuoco di tutti. E una cosa che non si sa come ricostruire sono i discorsi tra una casa e l’altra, uno scalino dove non si siederà più nessuno, il cerchio di una partita a carte. E poi quel gelso, quella vigna, quella stalla per le vacche: un territorio è sempre pieno di cose e non le puoi raccontare con le astrazioni, con la lingua prestampata di chi cerca scandali. Ci vuole il passo del camminatore, ci vuole la pazienza di ascoltare.

La letteratura di Angelo Ferracuti è tutta un elogio del mondo esterno, il mondo degli umani che stanno al loro posto, che fanno il loro lavoro. Sono loro i veri governanti del mondo, le leggi della cura e dell’attenzione le fa chi fa il formaggio, chi insegna a leggere a un bambino.