mercoledì 12 Dic 2018

Via degli Scalpellini

Anna Maria Di Biase (Autore) in Pagine: 72 Collana: Premio LiberEtà

Prezzo:  7,00
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Il mondo visto con gli occhi incantati di una bambina. Una memoria che parte dai primi anni Cinquanta, in un paese d’Abruzzo posto ai piedi della magnifica e terribile Maiella dalla pietra bianca, Lettomanoppello. Fame e freddo, i lupi e una famiglia numerosa… È durissima la vita di chi, come il padre di Anna Maria, si guadagnava di che vivere lavorando in miniera.

«A mio padre Gino e a mia madre Fedora, a tutte quelle donne e quegli uomini che, senza nulla chiedere, si sono impegnati e si impegnano nella vita quotidiana per la costruzione di un mondo più libero, più giusto e in pace dedico queste pagine». Così scrive Anna Maria Di Biase in apertura della sua memoria che parte dai primi anni Cinquanta, in un paese d’Abruzzo posto ai piedi della magnifica e terribile Maiella dalla pietra bianca, Lettomanoppello. Fame e freddo, i lupi e una famiglia numerosa… È durissima la vita di chi, come il padre di Anna Maria, si guadagna il pane lavorando in miniera, e soprattutto di chi rimane coerente alle proprie idee di riscatto sociale in un paese di forte presenza conservatrice e clericale, tanto che il padre viene poi licenziato solo perché ritenuto responsabile di un disegno della falce e martello su un muro. Ma i bambini, si sa, trovano sempre un modo per trovare una via d’uscita, e Anna Maria la sua via d’uscita la trova nel cantiere degli scalpellini che si trovava vicino alla sua abitazione: e allora la bambina, di nascosto, passa ore e ore, da sola o in compagnia, a inseguire sogni e costruire realtà, proprio in mezzo a quelle «grosse pietre accatastate», che a lei sembrano «giganti alati» e che l’abile lavoro degli scalpellini trasforma in angeli e fontane, madonne e camini.

Poi successe che… «Perdemmo la casa vicino agli scalpellini, perdemmo la pace e la serenità. Cominciò un lungo calvario che poi ci portò lontano dal paese e portò anche la mamma a dover fare una scelta, quella di andare a lavorare.

«Io mi sono sentita nascere dentro una rabbia contro tutti i soprusi, tutte le prepotenze, tutte le ingiustizie che avevano reso difficile la vita dei miei genitori e non solo. Quindi, piano piano, da quell’ingenua inconsapevolezza, ho maturato la convinzione che bisognava lottare, darsi da fare e ribellarsi e poi il lavoro, di insegnante: mi sono iscritta al sindacato e ho cominciato la mia battaglia. Questo nasceva proprio dalla rabbia che avevo dentro, una rabbia incontenibile che mi veniva proprio dall’esperienza diretta della mia famiglia, dei miei genitori.

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