Premio Pieve-Saverio Tutino. “Non è solo la mia storia”

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 “Come pagine bianche” è il titolo della la 36a edizione del Premio Pieve-Saverio Tutino che si è tenuta nel mese di settembre, a Pieve Santo Stefano, in Toscana, promossa dall’Archivio nazionale dei diari.

Archivio è parola che ha assunto un’accezione negativa nell’uso comune. Vengono in mente polvere, antichità, carta inutile e illeggibile. Eppure a ben pensarci è vero proprio il contrario, come dimostra l’archivio di Pieve, che ti accoglie con lo splendido emozionante lenzuolo di Clelia (Clelia Marchi, che racconta la storia della sua vita scrivendola sull’oggetto più prezioso della sua esistenza, un lenzuolo di lino), e che dimostra come proprio l’archivio sia un luogo aperto al confronto, al dialogo, all’incontro; come sia uno spazio di vita viva, autentica; come sia il luogo della trasmissione della memoria e della trasformazione della società.

Con le sue migliaia di autobiografie Pieve custodisce e dà l’opportunita di conoscere la storia delle persone comuni, che appunto per essere persone non sono nient’affatto “comuni” ma, necessariamente, inevitabilmente, una diversa dall’altra. Questo è stato il progetto di Saverio Tutino: dare voce ai senza voce. Quelli che hanno attraversato la vita con la coscienza di farlo e con la convinzione di vivere una vita al tempo stesso comune e unica, come è la vita di tutti.

Le precauzioni prese a causa della pandemia hanno consentito il regolare svolgimento della manifestazione: gli accompagnatori, al tempo stesso assistenti e guide (sono più di cinquanta i cittadini di Pieve coinvolti nello staff del premio), indicavano l’uso tassativo delle mascherine, posti e luoghi degli incontri.

Si fa fatica a rammentare questi ultimi. I protagonisti della sezione Dimmi, con le storie di migranti: quarantaquattro storie di vita di uomini e donne di ventiquattro paesi diversi che ci ricordano anzitutto che le emigrazioni sono necessarie e connaturate alla vita e alla storia, della natura e degli uomini.

Una signora albanese osserva che incontrando i profughi siriani ha ritrovato la memoria dei suoi genitori e dei suoi nonni; il sudanese Mamadù afferma che «quando non sei forte, perdi la strada», aggiunge che «se noi fossimo tutti uguali, sarebbe brutto» e conclude «la storia che racconto non è solo la mia storia».

C’è la testimonianza di Annalisa Camilli, giornalista, la quale con il libro La legge del mare ha ricostruito le vicende dei migranti che arrivano in Italia dal 2014 al 2019, restituendo la verità di quelle storie.

Cromosoma 4 è il racconto autobiografico di Paola Nepi, una donna colpita da sclerosi, lei la chiama la Bestia. Racconta la sua vita fatta di uomini, donne, storie, odori, colori, incontri, dolori, gioie, e li racconta stando immobile sul letto, senza lamento, boria, enfasi.

Due sono stati gli incontri a teatro, il primo con Davide Enia che mette in scena lo spettacolo L’abisso, con lo sbarco a Lampedusa visto da chi abita l’isola. Enia rappresenta questo mondo disperato, con i sentimenti, i suoni, i gesti, le parole della cultura siciliana; il secondo con Mario Perrotta che in Un bès mette in scena i sentimenti e i linguaggi di un uomo, Antonio Ligabue, che ha vissuto ai confini dell’esistenza.

L’ultimo giorno era riservato ai protagonisti dell’iniziativa: i diaristi. In mattinata l’incontro con quelli scelti dalla commissione di lettura. A Pieve arrivano centinaia di diari all’anno; vengono letti tutti da un gruppo di cittadini di Pieve che poi li giudica e li seleziona; terminata questa fase ultima, si forma il gruppo dei testi finalisti, tra i quali la commissione sceglie il vincitore. Sono storie di eccezionale normalità.

Anna (autobiografia 1954-2018), abruzzese, 65 anni, una vita segnata dalla prima violenza subita a otto anni dal compagno della madre e poi caratterizzata da fame e povertà: eppure si sentiva anche fortunata perché aveva sempre in tasca un po’ di sale che dava sapore alle poche cose che riusciva a mangiare.

Giovanna Battista (memoria 1939-1952): napoletana, 81 anni, gli anni dal 1939 al 1952 a Napoli, la guerra, i nazisti, il padre prigioniero in Germania, l’eruzione del Vesuvio, la vita del rione Stella, il “teatro gratuito” di Vico Tagliaferro, uomini, donne, vestiti, pranzi, cene… “A vita è n’affacciata e fennesta”.

Tania (autobiografia 1960-2010), napoletana, 60 anni, lei è un bambino che viene violentato a 7 anni, poi scopre di essere donna, e vive tra bassifondi, prostituzione, violenze, droga, carcere… “Che fatica, ragazzi!”. Impressionante è che nonostante questa vita davvero vissuta negli abissi del mondo contemporaneo, peraltro sempre così vicini a noi, Tania è solare, divertente, piena di voglia di vivere; insomma, e pare un paradosso, normale.

Rosenza (memoria 2004-2014), della provincia di Ferrara, 69 anni, madre di due figli, insegnante, una vita normale sconvolta nel 2004 dall’arrivo di una devastante leucemia, che lei, aiutata dalla famiglia e dagli amici, affronta con coraggio, con forza, incontrando medici e medicine, tra speranze e disperazione, in un percorso che non è finito, tra miglioramenti e ricadute, e che lei accetta perché forse «la vera guarigione» è accettare che «la guarigione intesa come ritorno al prima non esiste».

Umberto (diario del 1945), torinese, nato nel 1925 e morto nel 2002, fascista, volontario della X Mas, vive quel terribile momento «con la coscienza serena di aver compiuto il mio dovere», e viene trasferito in un campo di 32.000 prigionieri, vedendo l’orrore di quello cui aveva portato l’ideologia che aveva fatto sua, ma non per questo cambia schieramento, e alla fine chiude con un qualunquistico «non valeva la pena sacrificarsi», e da ora «non penserò che al mio bene e alla mia famiglia».

Jean Paul (memoria 1984-2014), ruandese di etnia tutsi, 36 anni, che nel 1994, a dieci anni, stava in Ruanda quando esplode il più terribile genocidio dell’ultimo Novecento, la distruzione della sua etnia, i tutsi, un milione di morti in un mese da parte dei presidenti di Ruanda e Burundi, entrambi di etnia hutu: terrore, fughe, stragi, lui riesce a scamparla, inizia un percorso di riflessione, entra in seminario, capisce che non è quella la strada, arriva in Italia, diventa insegnante, incontra l’amore della sua vita, Marie Louise, hutu, e fanno un figlio. Padre tutsi e madre hutu, ma noi, scrive, «Siamo ruandesi e basta».

Raffaele (diario 1942-42), barese, nato nel 1922 e morto nel 1977, parte per il fronte russo con una grande voglia di divertirsi, e infatti paradossalmente ci riesce con la beata incoscienza del ventenne, con amici e soprattutto con le ragazza russe, le “bariscine”, come lui le chiama. Poi scopre l’orrore della violenza nazista sugli ebrei, vecchi e bambini sterminati, lo sfacelo della terra dopo i bombardamenti, la spaventosa conclusione di quell’evento, che non è una “ritirata”, ma “la disfatta del fronte occidentale”.

Paolo (autobiografia 1927-2012), palermitano, 97 anni, artista plastico di fama internazionale, che racconta con particolari minuti la sua vita, Palermo, Napoli, Roma (la visita di Hitler), Venezia, Milano, New York, le più importanti piazze del mondo: insegnante, pittore, le cui opere sono ormai note in tutto il mondo, giacché ovunque va lascia un segno artistico del suo passaggio.

E adesso voi direte: chi ha vinto? Non è retorica, ma dopo aver ascoltato tante storie, forse non è neanche l’aspetto più importante. Ma siccome un premio c’è stato (e il premio consiste nel fatto che il testo viene pubblicato), l’ha vinto Tania.

Marcello Teodonio