Pensioni, a che punto siamo?

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I lunghi mesi della pandemia hanno spostato l’attenzione del sindacato su altri temi, tuttavia la questione previdenziale resta il cuore delle rivendicazioni di Cgil, Cisl e Uil. I nodi da sciogliere di questa materia complessa e controversa sono ancora molti. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza e di vedere quali sono i temi sui quali in autunno sarà necessario far ripartire il confronto con il governo.

La crisi determinata dalla pandemia ha lasciato sul campo nuove disuguaglianze e ha acuito quelle che già mordevano drammaticamente il nostro paese. Nell’ultimo anno e mezzo i sindacati hanno focalizzato la propria attenzione sulla tutela dei posti di lavoro, insistendo sulla riforma degli ammortizzatori sociali, come sul blocco dei licenziamenti, nel tentativo di arginare le conseguenze più dure di una crisi senza precedenti.

La questione previdenziale è rimasta in disparte ma non è affatto sparita. La tutela delle pensioni per chi è già in pensione da una parte, e la revisione della legge Fornero e dei meccanismi di pensionamento per chi ancora lavora, dall’altra, restano il cuore delle rivendicazioni che Cgil, Cisl e Uil intendono continuare a portare avanti nei prossimi mesi.

Quali sono i nodi da sciogliere? Facciamo il punto, per portare un po’ di chiarezza in una materia complessa. Partiamo da chi è già in pensione.

Estendere la quattordicesima. Oggi la quattordicesima viene versata ai pensionati da lavoro con un reddito non superiore a poco più di 13.300 euro annui, il doppio del trattamento minimo. L’obiettivo dei sindacati è di estendere la platea dei possibili aventi diritto, comprendendo i pensionati con redditi fino a tre volte il trattamento minimo Inps, circa 1.500 euro lordi mensili.

Fisco. Le pensioni oggi sono tassate diversamente dagli stipendi di chi lavora. Nel 2020 i pensionati hanno versato al fisco circa 57 miliardi di euro. Se le pensioni fossero state tassate come i redditi da lavoro dipendente, i pensionati avrebbero pagato meno tasse per circa 13 miliardi. Un carico fiscale notevole che grava quasi esclusivamente sulle pensioni di importo lordo compreso tra due e cinque volte il minimo, ovvero tra 1.000 e 2.500 euro mensili lordi. Per questo i sindacati da anni rivendicano l’equiparazione del trattamento fiscale tra lavoro dipendente e pensionati.

Potere d’acquisto. La pensione è un bene che con il tempo si svaluta. Lo sanno bene i pensionati, specialmente quelli che lo sono da più lunga data. L’unico strumento di difesa che consente di conservare, sia pure in parte, il valore iniziale è la “perequazione”, cioè l’adeguamento all’andamento dell’inflazione.
Se questo meccanismo viene interrotto o manomesso, la pensione si svaluta. È quello che è successo in questi anni. I sindacati chiedono che dal prossimo anno si torni al meccanismo vigente fino al 2011, certamente più efficace di quello attuale, e che sia ampliata la fascia di reddito coperta integralmente dall’inflazione, oggi ferma a quattro volte il trattamento minimo, circa 2.000 euro lordi mensili.

Riforma del sistema. Per chi invece deve andare in pensione, è prioritaria la riforma del sistema previdenziale nel suo complesso per superare la legge Fornero nelle sue storture che hanno riguardato soprattutto le donne, penalizzate dal forte aumento del requisito di età per accedere alla pensione di vecchiaia, e i giovani a causa di un mercato del lavoro sempre più precario. Due sono i filoni principali di intervento.

1) Pensione contributiva di garanzia. Sono fin troppo evidenti le conseguenze negative di un lavoro sempre più precario sulle attese pensionistiche di chi attualmente versa i contributi. La pensione di garanzia risponde alla necessità di stabilire l’equità intergenerazionale, in modo che gli attuali finanziatori del sistema, i lavoratori, diventando pensionati ricevano un trattamento comparabile con quello attuale. Si tratta di una soluzione totalmente diversa dal concetto di integrazione al minimo poiché graduata rispetto agli anni di lavoro e ai contributi versati, e in grado di valorizzare i periodi di discontinuità lavorativa, di formazione, di basse retribuzioni e il lavoro di cura. In questo quadro, particolare attenzione va riservata anche alle pensioni ai superstiti (cioè coloro che ricevono la pensione di un lavoratore deceduto) o di invalidità. Per questo tipo di pensioni, infatti, il calcolo contributivo non prevede forme di solidarietà, come ad esempio l’integrazione al trattamento minimo, e quindi non tiene conto nemmeno delle fragilità individuali.

2) Flessibilità in uscita. L’adeguamento alla speranza di vita, senza distinguere le condizioni soggettive dei lavoratori, è uno schema che va cambiato. Su questo ha lavorato, con la presenza di esperti nominati dai sindacati, una delle due commissioni citate che ha elaborato proposte per favorire il confronto con il governo. L’obiettivo è restituire al sistema previdenziale quelle flessibilità proprie del sistema contributivo.