venerdì 19 Aprile 2024
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Nella terra di San Francesco per battere le mafie

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Nella terra di San Francesco per battere le mafie

Tutti insieme alla Cittadella di Assisi

Alla Cittadella di Assisi arrivano persone da tutto il mondo: pellegrini, religiosi, laici, intellettuali, persone comuni, turisti, curiosi. Pro Civitate Christiana – l’associazione di volontari fondata da don Giovanni Rossi nel 1939 – li accoglie a braccia aperte da sempre, sotto il segno del dialogo multiculturale. È qui che Libera, insieme alla Cgil, al sindacato dei pensionati della Cgil, alla Flai (che per la Cgil rappresenta i lavoratori dell’agricoltura) e a Economy of Francesco ha organizzato uno dei tanti campi della legalità che vengono promossi in tutta Italia da giugno a ottobre.

Qui Libera e i pensionati dello Spi Cgil collaborano da anni, convinti che il dialogo intergenerazionale non sia solo una bandiera da piantare nel pantheon delle idee ma una pratica concreta che richiede tenacia e volontà.

Tanti i ragazzi che hanno solcato le scale della Cittadella. Tanti quelli che hanno trovato un letto e un pasto caldo in casa Franchi, la suggestiva sede di una delle foresterie e delle cucine, animate in questi giorni da due volontarie dello Spi Cgil. Si chiamano Rosanna e Vilma, hanno superato i settanta, e danno una mano in cucina, aiutate dai ragazzi volontari che sono arrivati da tutta Italia per partecipare al campo della legalità di Assisi.


In cucina

Quando incontriamo Rosanna è quasi l’ora di pranzo. Insieme a Vilma prepara fusilli al pesto di aglio rucola e pomodorini. Intanto tira fuori dal forno le bruschette che verranno servite di lì a poco con salsicce alla brace. “I ragazzi vanno sollecitati a fare i lavori pratici, hanno poca dimestichezza con la cucina e con i lavori manuali. E noi adulti dobbiamo impegnarci di più per far capire ai ragazzi che non bisogna sprecare il cibo”, dice Rosanna, con una verve che la rende attiva e pimpante anche se è in piedi dalle sei del mattino. Vilma, intanto, ci mostra soddisfatta le pietanze, mentre i ragazzi arrivano alla spicciolata per prendere posto a tavola.


Beni comuni ed economia sostenibile

Hanno fame, dopo la mattina di lavoro manuale nel giardino della Cittadella. Ma come mai un campo della legalità ad Assisi in uno spazio che non è stato confiscato alla mafia? “Le ragioni di questa nostra presenza sono molte”, dice Alessandra Moreschini, responsabile del campo e co-reggente regionale di Libera Umbria: “Qui ad Assisi non ci sono beni confiscati ma c’è l’Hotel Subasio che ha subìto una interdittiva antimafia perché a gestirlo fino a poco tempo fa era una famiglia ’ndranghetista. Si spera che presto la situazione giudiziaria si sblocchi e l’hotel possa tornare a diventare un luogo di accoglienza e ospitalità”. L’Hotel Subasio si affaccia sulla grande piazza che conduce alla basilica di San Francesco. “È stato uno dei primi alberghi ad aprire ad Assisi ed era uno dei più prestigiosi”, aggiunge. “I ragazzi avrebbero dovuto lavorare lì, per fare attività di manutenzione, ma purtroppo con la normativa anti Covid non è stato possibile”.

Ma il piano B non è certo da meno: “Lavorare per la Cittadella ha un valore particolare perché è un esempio di cosa potrebbe diventare un bene sequestrato e poi confiscato alla mafia dopo un processo di recupero”, dice Vittorio Avveduto, responsabile di Libera di Ragusa, in Sicilia, che è qui per seguire le attività dei campi. “Assisi è un luogo di dialogo interculturale e religioso. Non ci dimentichiamo che qui Pasolini era di casa, amico di don Giovanni Rossi”, dice Vittorio per fare solo un esempio di quanto culture diverse si siano felicemente intrecciate e fecondate tra queste strade ripide a pochi passi dallo strabiliante ciclo di affreschi di Giotto che decora una delle più belle chiese del mondo. “Ecco perché è importante vedere uniti il sindacato, insieme a Libera e all’associazione Economy of Francesco che promuove, come noi, un modello di sviluppo diverso, all’insegna del dialogo. Insomma, cerchiamo in tutti i modi di far rivivere l’eredita di Aldo Capitini, il fondatore della marcia della pace”. Nella terra di San Francesco è quasi un obbligo morale pensare a una gestione solidale dell’economia fondata su partecipazione e dialogo. E del resto quel piazzale della basilica inferiore, sconfinato eppure contenuto in quell’abbraccio del portico che corre intorno al pavimento assolato, ci ricorda che lo spazio per costruire un mondo migliore c’è, basta saperlo cogliere e coltivarlo.


Le mafie nella “verde” Umbria

Sotto la terrazza panoramica del giardino della Cittadella la vallata si apre a perdifiato, con il verde e il giallo della campagna, gli alberi in lontananza, un po’ di foschia e qualche nuvola qui e là, come in un affresco del Perugino, che proprio in queste terre nacque quasi seicento anni fa. E proprio in queste terre tranquille, nella verdissima Umbria di San Francesco le mafie fanno i loro affari molto spesso indisturbati, e lontano dai riflettori. Nella regione sono ben 123 gli immobili confiscati alle mafie di cui 80 ancora da destinare. “Non tutti immaginano che in Umbria possano esserci le mafie”, spiega Maria Rita Paggio, segretaria generale dello Spi Cgil dell’Umbria. “A Pietralunga per esempio c’è uno dei più grandi beni confiscati alla famiglia ’ndranghetista dei De Stefano. A Pietralunga si sono tenuti molti campi negli anni scorsi per recuperare un terreno agricolo che oggi produce patate e altri prodotti del territorio”, aggiunge Paggio. “E proprio da quest’anno la cooperativa che ha preso in gestione il bene avvierà ufficialmente le attività di agricoltura sostenibile”, aggiunge Alessandra Moreschini. Un ciclo si chiude, dunque: dai campi della legalità alla riconsegna alla comunità di un bene sottratto alla malavita. “Un risultato importante del quale dobbiamo andare fieri”, dice Paggio.


La voce dei ragazzi

E che spesso non si abbia la minima idea di quanto le mafie penetrino anche laddove mai immagineremmo, lo dimostrano i commenti dei ragazzi. Sono sudati e armati di guanti e rastrello. Il giardino è grande, la pulizia impegnativa. Anna si protegge il capo dal sole con una bandana rossa: “Io non pensavo proprio che in Umbria ci fosse la mafia”, dice stupita. È contenta di fare un campo da volontaria, contenta di farlo qui. Ma ci sono anche le difficoltà: “È difficile lavorare con gli altri, adattarsi ai ritmi comuni, ma è anche una bella sfida”, dice sorridente. Anna viene da Padova e ha ventiquattro anni, ha appena finito di frequentare un master in Art management e guarda al futuro con ottimismo: “La lotta alla mafia può partire anche da qui, dal raccogliere foglie e rami secchi”.

Andrea di anni ne ha cinque di più, ha deciso di partecipare per curiosità e per mettersi in gioco. “Era tanto tempo che volevo venire ad Assisi, ma mai avrei pensato che anche qui ci fossero le mafie”. Andrea si è laureato da poco ma sta continuando a studiare teologia. E intanto fa qualche lavoretto per mantenersi.

Bianca di anni ne ha soltanto diciannove, è determinata e volenterosa. Se ne va in giro con un berretto dell’Anpi e ha le idee chiare su come dovrebbe andare il mondo: “Non dobbiamo essere eroi, ma dobbiamo rimboccarci le maniche e fare concretamente qualcosa di utile. La cosa più bella di questo campo è che ci ascoltiamo tutti, parliamo, discutiamo anche, ma senza mai prevaricarci”.

Filippo, che di anni ne ha ventotto, viene da Schio, in provincia di Vicenza. Armato di rastrello, è felice di essere qui. E poi Giovanni, fa il liceo a Milano, gli piace il giardinaggio ed è contento di impegnarsi fisicamente in qualcosa: “Mi piace la natura, mi piace fare giardinaggio”, dice sorridendo timidamente.

Tutti entusiasti di essere insieme, uniti da un medesimo obiettivo. A parlare chiaro sono i post-it che hanno lasciato all’arrivo sui due fogli di carta da pacchi appesa alla parete. Perché siete qui?, recita la scritta che campeggia in alto sul foglio di sinistra. “I campi aiutano ad aprire la mente e a dare il proprio contributo per una buona causa”, “voglia di ripartire”, “per cercare stimoli”, “sperimentare”, “per fare qualcosa di produttivo”, “impegnare il tempo per fare esperienze costruttive”. I bigliettini raccontano di buoni propositi, intenzioni, progetti, ideali. E cosa vi aspettate?, si legge in testa all’altro foglio. “Di acquistare una maggiore libertà interiore”, “diventare più flessibile e più adattivo”, “conoscere di più le mafie”, “crescere”, “assumere consapevolezza”. Insomma, un concentrato di buona volontà e voglia di fare.


L’impegno dei volontari dello Spi Cgil

Come tanta è la voglia di fare di tutti i volontari e gli attivisti coinvolti nelle attività dei campi antimafia, pensionati Cgil in testa, che da anni sono impegnati in prima linea nella battaglia per la legalità. “Lo Spi dell’Umbria da dieci anni fa campi della legalità insieme a Libera”, racconta Paggio. “Lo scambio tra le generazioni è profondo. Dall’affermazione della legalità nasce anche la possibilità di avere di avere una vita dignitosa e libera”.


Il dialogo intergenerazionale

I volontari dello Spi Cgil animano il campo di Assisi come gli altri 34 campi ai quali partecipano in questi mesi nonostante le difficoltà del Covid. 150 i volontari in tutta Italia, 13 le regioni coinvolte. Anche se si è anziani, non si smette di essere impegnati, non si ferma l’impegno civile, anche per costruire una società migliore per le generazioni future e per i giovani di oggi. A dirlo con chiarezza, in chiusura del suo intervento durante il pomeriggio formativo organizzato dallo Spi Cgil su lavoro dignitoso e caporalato, è Lorenzo Mazzoli, che per il sindacato dei pensionati della Cgil si occupa di legalità. “Incontriamo tantissimi giovani durante i campi della legalità ed è importante per noi, perché pensiamo che il rapporto intergenerazionale sia fondamentale per costruire il futuro. Questo dialogo deve essere sicuramente fatto delle nostre memorie, delle esperienze e delle conoscenze dei più anziani, ma deve essere anche fatto dell’ascolto dei più giovani. Non vogliamo essere quelli che danno lezioni”, dice Mazzoli. Ecco perché è importante più che mai ascoltare la voce di Bianca, Filippo, Andrea, Giovanni e tutti quelli che come loro si stanno rimboccando le maniche: “Capire cosa pensano i giovani in una fase di grande trasformazione come quella che stiamo vivendo è fondamentale, altrimenti non possiamo interpretare correttamente la realtà”.