«Osservate le impronte che state lasciando. Perché in base a come le lascerete si deciderà
non soltanto il vostro futuro ma anche quello dei vostri figli e nipoti. Questa non è una lotta
delle giovani generazioni, ma di tutte le generazioni. Perché la crisi climatica riguarda ciascuno di noi»: questo è il messaggio che Sara Segantin, 24 anni, ambientalista, fa pervenire alle generazioni adulte. LiberEtà l’ha incontrata e intervistata.

Si chiama Sara Segantin, ha 24 anni, è cresciuta sulle Dolomiti. Pantaloni da trekking, zaino pesante sulle spalle esili, ha attraversato Roma a piedi per raggiungere la redazione di LiberEtà e discutere della rivoluzione in atto contro il cambiamento climatico. Alla fine della conversazione, chiede «ai cittadini non più giovani di guardarsi i piedi, per osservare le impronte che stanno lasciando. Perché questo deciderà il futuro dei loro figli e nipoti. Questa non è una lotta della giovane generazione. È una lotta di tutte le generazioni. La crisi climatica riguarda tutti».

Sara ha una laurea magistrale in letterature straniere e turismo culturale e un master in comunicazione della scienza, è molto giovane, ma non vuole aspettare che arrivi qualcuno a cambiare le cose. Nel 2018 ha organizzato il progetto internazionale “Steps, giovani alpinisti su antichi sentieri”, dal quale sono nati anche un libro e un film documentario. Nel 2019 è tra i fondatori di Fridays for Future Italia. Nel 2021 esce il suo terzo romanzo, Non siamo eroi, un libro per ragazzi sulla crisi climatica. Da febbraio 2021 collabora con il programma della Rai Geo.

Perché la battaglia contro il cambiamento climatico trova nei giovani la voce più forte? «Perché la sentono calda sulla pelle. Ora più che mai si iniziano a vedere gli effetti del cambiamento climatico anche in quel- l’ Occidente che si è sempre sentito sicuro. Per questo in tanti si stanno mobilitando. E poi adesso i ragazzi e le ragazze hanno gli strumenti per farsi sentire. Facendo rete ci si è resi conto di essere tanti e di avere la possibilità di costruire un percorso condiviso. I social ci hanno dato quel senso di appartenenza a una generazione, permettendo di elaborare nuove idee».

Scienziati ed esperti hanno provato per anni a convincere i decisori politici dei rischi legati ai cambiamenti climatici. Cos’è cambiato con Greta Thunberg?
«Erano anni che i giovani volevano farsi sentire ed erano in fermento. Con Greta gli attivisti hanno trovato una voce e un volto mediatico, un’immagine molto forte. Anche se creare degli eroi può essere controproducente. Il cambiamento passa attraverso la cittadinanza consapevole, non attraverso l’eroismo».

Perché hai scelto di comunicare attraverso la letteratura?
«La comunicazione è bella perché è multi canale. Non sono molto brava a utilizzare i social network per veicolare le mie idee. Il mio campo è la scrittura e il discorso pubblico. Certo, non è facile parlare di cambiamento climatico in un romanzo. Ma le storie hanno la potenzialità di arrivare oltre i dati, perché immergono quei dati nella realtà. Il mio libro non intende essere un approfondimento scientifico, ma cerca di sollevare le domande necessarie affinché ognuno possa riflettere sulla crisi che stiamo vivendo».

All’ inizio in molti hanno guardato con scetticismo al movimento dei Fridays for Future e agli scioperi per il clima. Perché si è creata questa atmosfera di sfiducia tra le generazioni? «All’inizio ero scettica anche io. Quando sono scesa in piazza la prima volta non l’ ho fatto con la consapevolezza di aderire ai Fridays for Future. In piazza c’erano anche i miei docenti e gli scienziati che sventolavano in aria cartelli di protesta. Poi il movimento si è sviluppato, ma si tratta di un’organizzazione ondulatoria e molto complessa. Il fatto che tutti possano farne parte ha creato un po’ di confusione nella comunicazione. Ma anche se a scendere in piazza sono stati giovani inconsapevoli, come la protagonista del mio libro, penso non ci sia nulla di strano».

Le manifestazioni per il clima hanno portato in piazza migliaia di persone. Ma i movimenti ambientalisti in Italia faticano a trovare una collocazione politica. Perché?
«Scendere o non scendere in piazza è già politica. Sicuramente in Italia non c’è una forza che rappresenta la crisi climatica, e se c’è è molto debole. Per questo i giovani si chiedono spesso se la politica sia la strada giusta per raggiungere una rappresentatività forte. Entrare nella dinamica dei partiti è vista come una lotta persa in partenza. Ma credo che la rappresentatività sia una chiave fonda- mentale. Per questo spero ci siano ragazzi e ragazze che vogliano assumersi questa responsabilità. Così come spero che i partiti comincino a fare di questi temi la loro priorità. La crisi climatica è come la salute, va al di là del credo politico. Il problema non è che non esiste un partito verde, ma che non si parli di crisi climatica in tutti gli altri».

Eppure, le battaglie per il clima sono sempre state sostenute dalle sinistre, mentre a destra spesso si sottolinea la difficoltà di far conciliare la transizione ecologica con le ragioni dell’economia.
«Dobbiamo abbandonare la retorica del sacrificio per passare alla retorica dell’opportunità, del progresso e del- l’innovazione. La lotta alla crisi climatica può portare alla creazione di nuovi posti di lavoro, a un nuovo benessere e anche a una concorrenza di mercato, seppur diversa da quella attuale. Non si tratta di chiudere le fabbriche, ma di riconvertirle. Si guadagnerà, ma in maniera diversa. Sicuramente ci sarà una redistribuzione della ricchezza e questo può incontrare resistenze. Ma si tratta di vita o di morte, e quindi non si può parlare di compromesso: non possiamo essere vivi a metà. O riusciamo a inserirci in un’economia circolare o non ne usciamo. La pandemia ha dimostrato quanto i nostri sistemi economici siano interconnessi. Quando ci riferiamo alla crisi climatica, non parliamo del- l’aumento di un grado di temperatura ma di effetti imprevedibili che possono avvenire dove meno ce l’aspettiamo. Anche le economie più solide ne risentiranno».

Il piano nazionale di ripresa e resilienza introduce questo cambiamento?
«Il piano è impostato male ed è insufficiente. Per noi è stata una vera delusione. Si parla ancora di metano, che non è per nulla verde, si parla di Ccs (il sistema di cattura e stoccaggio del diossido di carbonio, n.d.r.), e non si investe a sufficienza sulla lotta all’inquinamento atmosferico, che solo in Italia uccide settantamila persone all’anno. Non ci sono investimenti per un’agricoltura sostenibile e localizzata, non si interviene sugli allevamenti, e sono stati tolti fondi alla bioedilizia. In sostanza, le linee non sono chiare e l’unica cosa certa è che sono insufficienti. Non c’è un vero cambiamento di sistema. Certo, si tratta di riforme che non sono ancora state attuate, siamo in tempo per poterle fare bene. Non c’è dubbio che qualche passo sia stato fatto. Il tema della crisi climatica è finalmente affrontato, molto più di prima. Ma nel Pnrr non si sono create le condizioni per investire in modo sostenibile. E non possiamo permetterci di sbagliare: non c’è più tempo. Il Covid ci ha insegnato che davanti a un’emergenza non ci possono essere esitazioni».